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Categoria: Biografie

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FELICIANO ORLANDO

( di Giuseppe Sabatino e Raffaele Sarti )

*  *  *

Questo lavoro di ricerca verrà aggiornato con l'inserimento di documenti d'archivio inediti

* * *

 

Un ignoto mazziniano irpino: Feliciano Orlando da Altavilla.

Questo, è il titolo di una breve citazione dell'illustre storico beneventano, Alfredo Zazo, pubblicata nella rivista SAMNIUM del gennaio-giugno 1954 (pg.107).

Il Prof. Zazo scrive :

   "…. da un notamento di esiliati ed espatriati del 1853, conservato nell'Archivio di Stato di Napoli ( Min. Polizia - fasc. 9 bis ), Feliciano Orlando da Altavilla risulta tra i seguaci dei fratelli Bandiera…..”

L’informativa della polizia, cui fa cenno Zazo, così recitava riguardo a Feliciano Orlando :

   “….Nel 1838 per mancanza di mezzi, recossi in S. Maria di Capua dove si occupava a copiare carte presso la Cancelleria di quel Tribunale. Nel 1843, poi, sperando di far fortuna, pensò di portarsi con un suo amico in Costantinopoli per proporre a quel Governo di impiantare un sistema telegrafico.
 Non essendo stato accolto il progetto dal Gran Visir, Orlando andò a Smirne, occupandosi colà di dar lezioni di lingua italiana e a fare da sollecitatore nei consolati. Per vie diplomatiche si è in seguito conosciuto essere attendibilissimo in fatto di politica e all'uopo notasi aver egli assistito alle assemblee rivoluzionarie tenute presso quella città (Costantinopoli) dai fratelli Bandiera e soci; essere in amicizia stretta e in corrispondenza con gli emigrati politici Micciarelli e Panetti e con altri ancora in Costantinopoli, tutti del pari attendibili in politica; aver dato alle stampe e sparsi del libelli infamanti contro primarie autorità, come pure distribuiti libelli simili, pubblicati dal noto Zuppetta .
Per la cennata implausibilità si è disposto vietargli il ritorno nei regi Stati…… ”
 
   Premessa sufficiente per comprendere quale fosse l’entourage del nostro Feliciano Orlando ed i modelli cui politicamente egli si ispirasse. Per restare ai soli personaggi riportati nella informativa della polizia, è utile ricordare che Attilio ed Emilio Bandiera fondarono la società segreta Esperia che, rifacendosi agli ideali unitari e repubblicani, ebbe stretti collegamenti con la Giovine Italia di Mazzini la quale annoverava, tra i suoi seguaci, anche altavillesi come Giovannino Salerno, Carlo Ignazio Giordano e tanti altri.
 
 
* * *
 

Un breve profilo di Feliciano Orlando è stato - da noi - già pubblicato nel periodico

“Il Corso” – nn. 1 e 2, anno 1986.

 

 
   Esperia  era un'associazione politica insurrezionale talmente attiva da riuscire a fare proseliti anche tra gli stessi ufficiali austriaci. Vicino alle posizioni politiche di questi patrioti ci fu anche il giovane attivista Luigi Zuppetta (1810/1889), fine giurista, e poi deputato nel primo Parlamento italiano. Il tradimento, però, di uno degli affiliati, certo Tito Vespasiano Micciarelli, anch’esso menzionato nella informativa della polizia, fece conoscere al comando austriaco l'esistenza della società segreta e causò la denuncia dei fratelli Bandiera i quali, catturati dopo un breve e sanguinoso scontro a San Giovanni in Fiore (CS), furono passati per le armi morendo con grande coraggio. Probabilmente fu proprio lo stato di cose che seguì il tradimento del Micciarelli che indusse il nostro concittadino a lasciare l’Italia e riparare in Turchia. La confessione del Micciarelli, fatta alla polizia austriaca, infatti, non poteva non includere il nominativo di Feliciano Orlando tra gli affiliati alla società segreta. In pratica, non restava che cambiare aria !
 
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Vignetta che ritrae la fucilazione dei f.lli Bandiera, pubblicata sul giornale
Times of London del 12 Agosto 1844
 

 
 
   Per una serie di circostanze che hanno consentito, fortunatamente, la non dispersione di molti documenti, appartenenti ad una collezione d’archivio privata, oggi siamo in grado di ricostruire cronologicamente le vicende, spesso avventurose, di questo nostro personaggio altavillese che molti conoscono soltanto attraverso la toponomastica cittadina più che per le sue vicende o per la sua vita da romanzo (1). Un personaggio, come si vedrà dalle memorie riportate in questa biografia, caratterizzato da grande fascinazione, un uomo che si è trovato - da protagonista - al centro di eventi fondamentali dell’Ottocento, attraversando gli spazi dell’azione, della politica, della diplomazia, ai più alti livelli.
   Feliciano Orlando nasce ad Altavilla Irpina il 12 febbraio 1801 da Michele, di professione avvocato, e da Saveria Villani. Nei suoi scritti si legge, riguardo agli studi:
   “ ...ancora giovinetto mi introdussi nella sala del Giudicato Regio. Andai in Napoli, colà mi accolsero successivamente gli studi illustri del Sig. Vincenzo de Monti, Senatore del Regno, e del Sig. Pietro Roberti….. “ (2).
   Una volta laureatosi, esercita per molti anni la professione di avvocato in Napoli, in seguito si trasferisce presso la cancelleria del Tribunale di S. Maria di Capua. E’ verosimile ritenere che fu proprio in questo periodo che abbia aderito ai moti rivoluzionari che trovarono terreno fertile nel napoletano da cui, molto presto, il nostro personaggio è costretto tuttavia ad allontanarsi, per evitare l’arresto.
 

Note

1) I documenti pubblicati in questa sezione facevano parte dell’archivio di Michele Severini, autore della monografia storica di Altavilla e pronipote di Feliciano Orlando. Nel prossimo futuro, questo importante archivio sarà donato alla biblioteca “Caruso” di Altavilla per la piena disponibilità agli studiosi.

2 ) Il Senatore Vincenzo De Monte nacque nel 1796 e ancora giovanissimo prese parte attiva nella rivoluzione di Napoli. Nel 1821, proposto per Regio Procuratore al Tribunale civile, rifiutò l'incarico. Nel 1835, nominato giudice del Tribunale civile di Napoli, diede le sue dimissioni. Nel 1848 fu chiamato ad essere componente della Camera di disciplina degli avvocati. Fu tra quelli che rifiutarono la sottoscrizione all’indirizzo al Re per l’abolizione della Costituzione.“…..Nel 1860 fu nominato Consigliere nella Suprema Corte di Giustizia di Napoli e nel 1862 Consigliere alla Corte di Cassazione. Fu ingegno fervido e ne diede prova con varie sue produzioni. Come Senatore, prese la parola in varie occasioni con grande facilità di discorso ed energia di sentimento. Era uomo dotato d’ingegno e di viva immaginazione. Morì il 29 settembre 1869…” (In : Senato della Repubblica, archivio storico).

 

 
   Nel maggio del 1843, infatti, insieme ad altri compagni, tale Antonio Puchetti, avvocato, e Francesco Palmieri, ingegnere, Feliciano Orlando parte da Napoli diretto verso Costantinopoli, in Turchia.

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Agostino Codazzi (1793-1859). Veduta di Costantinopoli verso la metà dell’800
 
       Nelle sue memorie, Egli scrive:
“……sbarcai sopra uno scalo ottomano non portandovi ricchezze ed ordini cavallereschi o titoli principeschi o decorazioni al petto o una semplice raccomandazione. Non conoscevo alcuno, nessuno mi conosceva. Non intendevo la lingua del Paese e nel Paese non s'intendeva la mia. Avevo per me solamente me stesso e bastò…..”
   Riflessioni sufficienti per comprendere la fortezza del carattere di quest’uomo, dote che gli permetterà di farsi valere in terra d’esilio, ma altrettanto sufficienti per farci immaginare cosa potesse comportare nel primo Ottocento, per un giovane, l’avventura di un viaggio ovvero l’abbandono della famiglia, le scomodità del percorso quasi sempre fatto di strade dissestate, mezzi di trasporto ancora più scomodi, pericoli di aggressioni e ruberie in ogni luogo, difficoltà nel superare i confini.
 
 
   Consideri poi il nostro lettore l’impatto dovuto alle barriere linguistiche, economiche e religiose, spesso ardue da aggirare, le condizioni igieniche al limite dell'indecenza e infine i tempi di spostamento che erano sempre lunghissimi. Questo viaggio a Costantinopoli si traduce però anche in una esperienza di vita tutta particolare per il nostro giovane altavillese poiché gli permette di conoscere l‟Oriente più “vicino”, dal punto di vista fisico e geografico, ma soprattutto gli permette di capire ciò che è estraneo alla cultura condivisa dagli europei; un'avventura che per il Nostro diventa una sorta di alterità a portata di mano……tutta da scoprire.
 
 
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Carlo Bossoli (1815 – 1884) , tempera su carta, su tela. Veduta di Costantinopoli
con il Bosforo
 
Conoscenza e consapevolezza influenzano infatti la narrazione riportata nelle memorie giunte fino a noi; un'intima necessità che nella prima stesura dei suoi scritti si limita ad annotazioni personali che si tradurranno poi in veri e propri lavori dati alle stampe nei quali la curiosità per il mondo turco e la cultura ottomana, non soltanto di natura antropologica ma anche sociale, sono sempre particolarmente evidenti, specialmente in alcune opere.
 
 
 
      Ora, sebbene l’Orlando si fosse allontanato dal napoletano per evitare l’arresto, di fatto, lo scopo ufficiale del viaggio era quello di far fortuna e di proporre al Gran Visir di Costantinopoli la realizzazione di una linea telegrafica su pali (3).
Ma perché fu scelta proprio Costantinopoli ?
Istanbul in quegli anni, e non solo, era il polo naturale di attrazione per molti europei ed ottomani. Entrambi la consideravano parte della propria identità; per i turchi essa era la capitale dell'impero ottomano, per gli occidentali, invece, era ancora Costantinopoli e quindi parte dell'Europa.
 
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Telegrafo napoletano voluto da re Ferdinando II. Questo telegrafo seguì di poco quello messo in funzione nel Gran Ducato di Toscana (1847)
 

Nota

3 ) Le prime ricerche sul telegrafo sono del 1820 ma le applicazioni pratiche furono possibili soltanto anni dopo. II primo telegramma fu trasmesso nel 1844 da Washington a Baltimora.

 
 
 
 Il sultano Abdul Mejid (1939 / 1861), il quale regnò proprio negli anni di permanenza in Turchia del nostro concittadino, era considerato - fra l’altro - un uomo illuminato, aperto alla cultura occidentale.
 
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Il Sultano Abdul Mejid con la divisa cerimoniale con ricami in oro sul fronte, collo e maniche, con la medaglia dell'ordine dei Medici sul petto, indossa un fez con aigrette. Il dipinto è attribuito, da alcuni critici d’arte, al pittore francese Jean Portet, da altri a Ruben Manas.
 
 
 
Questo atteggiamento di grande apertura fu così innovativo da imporre addirittura la moda europea a corte e spinse il sultano a concludere anche una stretta alleanza con la Francia ed il Regno Unito, in occasione della guerra in Crimea, contro la Russia.
 
 
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Biblioteca Nazionale di Francia. Abdul Mejid ( Mecid), la regina Vittoria e l’Imperatore Napoleone III
 
 
Fu proprio sotto il regno di Abdul Mejied che il Paese iniziò ad essere annoverato tra gli stati - del vicino oriente - più aperti alla cultura europea. Il sultano Mejied portò a termine infatti una lunga serie di riforme grazie alle quali il Paese si mostrava all’occidente come uno stato culturalmente aperto e interessato alla modernità : l’introduzione delle prime banconote ottomane, la riorganizzazione dell’esercito con l’introduzione della leva, la costruzione di arsenali moderni e di nuovi cantieri navali, la riorganizzazione del codice civile e penale sul modello napoleonico, l’introduzione della pubblicità dei processi, il riconoscimento del diritto all’istruzione, la fondazione delle prime università, la liberalizzazione dei commerci e infine la costruzione delle ferrovie le quali, nella speranza della nostra piccola comitiva di italiani, appena sbarcati a Istanbul, doveva necessitare di quella linea telegrafica progettata proprio dall’ingegnere Francesco Palmieri, amico e compagno di viaggio di Feliciano Orlando e Antonio Puchetti.
 
 
 
        Intanto il trasporto marittimo, negli anni appena precedenti il viaggio del nostro Feliciano Orlando, aveva in tutto il Mediterraneo un unico fine, quello cioè commerciale al quale poi si aggiunse il trasporto della posta che si limitò, inizialmente, alle sole isole. Si dovette aspettare fino al 1818 quando, con le nuove scoperte e applicazioni tecnologiche, si ha la prima comparsa nel Mediterraneo del piroscafo a vapore. Si tratta del Ferdinado I il quale, orgoglio del sud, batteva la bandiera del Regno delle Due Sicilie e collegava Napoli con le isole ma anche con Malta e Costantinopoli.
 
 
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Il piroscafo Ferdinando I, battente bandiera del Regno delle Due Sicilie, realizzato nel cantiere di Stanislao Filosa, al ponte di Vigliena presso Napoli, varato nel 1818.
 
 
Nel primo viaggio del Ferdinando I, con destinazione Marsiglia, si legge nel giornale di bordo:
“…….Salpammo da Napoli alle ore cinque malgrado il vento contrario. Alle 7 eravamo al traverso del faro di Procida ed ivi essendo passato il vento ad ESE la nave provò violente scosse e si dovette fare uso di una sola ruota. Alle 6 di sera eravamo nei paraggi di Circello, ma il tempo procelloso ci obbligò a riprendere il largo e rivolgere la prora all’isola di Ponza. Nella notte esendosi stabilito il vento da SE dirigemmo a Fiumicino dove si giunse a mezzogiorno. Colà vedemmo venire incontro talune barche quasi in soccorso perché i marinai di esse, ingannati dal fumo che esalava la macchina a vapore, e dall’essere noi privi di vele, dubitavano di qualche incendio. Il capitano Libetta dopo avere rinunciato a risalire il Tevere. decise di riprendere la rotta. Erano le 10 di sera quando arrivammo a Civitavecchia e tutta la notte si rimase a bordeggiare davanti a Capo Linaro in attesa del giorno. Allo spuntar del sole partimmo per monte Argentario. In quest’ultimo luogo avvenne che uno dei nostri marinai non bene istruiton, nel gittare il carbone dentro il fornello, danneggi la caldaia. Questo accidente ci costrinse a ferrmarci qualche ora a Porto Ercole da dove partimmo il 4 ottobre a mezzogiorno. La mattina seguente alle ore 9.30 eravamo in rada a Livorno…..”
 
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Museo di San Martino, Il real Ferdinando I, olio su tela di Salvatore Fergola, 1818 circa.
 
 
Questa grande rivoluzione nel trasporto marittimo era stata possibile grazie anche ad uno sforzo comune delle più importanti marinerie che, nel Mediterraneo, avevano combattuto e quasi del tutto eliminato il flagello della pirateria. Solo qualche decennio prima dell’entrata in scena del nostro piroscafo a vapore, gli scontri in mare avvenivano di frequente e non era avvenimento raro vedere - nei cantieri di lavoro - prigionieri musulmani, catturati nelle incursioni, essere utilizzati nei modi più disparati come quello ad esempio per la costruzione della Reggia di Caserta, così come non era raro venire a conoscenza che militari e civili cristiani, catturati dai barbareschi, venissero venduti come schiavi a Tripoli, a Tunisi o ad Algeri o per i quali si richiedessero sostanziosi riscatti.
 
Non è certamente un caso se in moltissimi documenti d’archivio, soprattutto in quelli delle confraternite altavillesi, si ritrovano proprio menzionate piccole elargizioni fatte “….per il riscatto di uno schiavo cristiano…”. Si trattava di contributi in danaro che venivano raccolti tra i fedeli a seguito di sollecitazioni che arrivavano quasi sempre dalla curia beneventana. Molto spesso, tuttavia, questo tipo di offerte o questue erano addirittura contemplate negli statuti delle confraternite per cui diventavano dei veri e propri obblighi da parte degli iscritti.
Furono soprattutto i predicatori che, attraversando in passato in lungo e in largo Altavilla e invitando tutti alla pace e alla riconciliazione, spinsero i fedeli alle opere caritative  a favore dei malati, dei bisognosi, degli anziani o a favore di qualche cristiano caduto proprio in mano pirata, per il riscatto del quale si raccoglievano elemosine e donazioni (4).
 
 
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Anonimo, XVII secolo. Acquisto di prigionieri cristiani da parte di monaci cattolici, negli stati barbareschi
 

Nota :

4) Archivio di Stato di Avellino. Corporazioni religiose. Libro delle elemosine della SS.ma Annunziata di Altavilla. Busta nr. 1, fascicolo nr. 3.

 
 La lotta contro la tratta degli schiavi era infatti una cosa molto sentita nella popolazione tanto che lo stesso sovrano delle Due Sicilie si adoperò moltissimo perché fosse stipulata una convenzione con il Regno Unito e la Francia per destinare somme considerevoli all’acquisto di armi e mezzi per combattre e contrastare il nefando commercio di schiavi. Nel reame delle Due Sicilie furono addirittura introdotte pene molto severe per quanti avessero esercitato il turpe mercato della schiavitù.
 
 
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Mercato degli schiavi. Donna cristiana in mostra, per la vendita.
Olio su tela di Jean Leon Géròme ( 1884 circa)
 
 Il primo battello a vapore che possa considerarsi come vero e proprio trasporto marittimo regolare, risale tuttavia al 1833 quando, con il piroscafo Francesco I, battente sempre bandiera del Regno delle due Sicilie, si coprì in tre mesi la tratta per la Sicilia, Malta e la Grecia fino a Costantinopoli dove, nei giornali dell’epoca, il suo arrivo in porto fu così descritto :
“…. arrivò tra lo stupore del sultano che ammirava lo spettacolo da una terrazza del suo palazzo, per fare poi ritorno a Napoli, con diversi scali intermedi….il Francesco I è il più grande e il più bello di quanti piroscafi si siano veduti fin d’ora nel Mediterraneo…..”
 
Questo piroscafo, vanto tutto meridionale, ebbe così tanta fortuna che pochi anni dopo, nel 1846, la Compagnia di navigazione acquistò in Inghilterra due nuovi vapori che battezzò con il nome di Vesuvio e Capri cui seguirono il Sorrento e l’Amalfi.
 
 
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Il piroscafo Francesco I, prima nave da crociera al mondo sulla quale si imbarcarono principi reali, nobili e autorità, provenienti da tutta Europa
 
 
Purtroppo però i moti in Sicilia (1848-49) e la Guerra di Crimea, portarono la Compagnia di navigazione a vapore delle Due Sicilie in crisi profonda da cui si riprese con grande difficoltà. Compiutasi l’Unità d’Italia, il nuovo Governo decise tuttavia di concedere il servizio postale statale alle società di navigazione Rubattino e Florio per cui la nostra Compagnia napoletana, schiacciata dalla concorrenza, nel 1865, chiuse per fallimento.
Fu proprio con il piroscafo Francesco I che la nostra comitiva arrivò a Costantinopoli dove, tuttavia, per la scarsa lungimiranza dei ministri alla corte del sultano, il progetto di una linea telegrafica, caldeggiato dalla nostra piccola comitiva, ebbe difficoltà a trovare investitori propensi a sostenerlo. In pratica non furono per nulla comprese le ricadute pratiche e commerciali di una tale innovazione. Orlando si vede quindi costretto, per necessità, a spostarsi a Smirne dove, invece, nutre la speranza di trovare i giusti appoggi.
 
               Izmir, alla turca, Smyrni, alla greca, rappresentava in quegli anni lo scalo commerciale più importante dell’impero ottomano e di tutto il Mediterraneo orientale. In questa città vivevano individui dalla provenienza più disparata, tra cui moltissimi esuli italiani, si smerciavano prodotti di ogni genere, le strade erano percorse da gente che parlava le lingue più diverse. Sinagoghe e chiese sorgevano accanto alle moschee e nell’orizzonte spuntavano dappertutto un numero smisurato di campanili e minareti.
“…..Oltre ai soliti greci, armeni, ebrei, inglesi, francesi, italiani e, ovviamente, turchi, vi si trovavano anche comunità di austriaci e i primi americani che concorrevano alla creazione di uno «splendid multi-culturalism [that] spawned the accoutrements of genteel society (5).
 
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Smirne. In questa cartolina di fine ’800 si vedono chiese e moschee, tanto da poter scambiare la città con una qualsiasi cittadina della cattolicissima Italia. Il sultano, visti i buoni rapporti e la forte presenza di cristiani, aveva addirittura concesso la libera manifestazione di fede, come le processioni. Momenti di attrito in Turchia ci furono quasi unicamente tra cristiani delle diverse confessioni come quando, in una processione cattolica, la strada si trovò all’improvviso invasa da maiali che erano stati liberati da cristiani ortodossi, come elementi “di disturbo”.
(la foto è tratta dal sito del Convento Patriarcale di San Domenico, in Bologna)
 

Nota :

5 ) Filomena Viviana Tagliaferri, Il Turco e la sua rappresentazione tra continuità e cambiamento…Firenze, 2002.
 
 
         Tutti, poi, in quegli anni, consideravano Smirne la più internazionale del vicino oriente, quella con la più alta crescita commerciale sebbene l’impero ottomano entrasse sempre più in crisi. È nel coinvolgimento della classe imprenditoriale di Smirne, oltre che nella sua partecipazione al sistema economico legato con le potenze europee di allora, che Feliciano Orlando intravede una possibilità di successo della linea telegrafica.
Vi erano inoltre ottimi rapporti diplomatici tra l’impero ottomano ed il Regno delle Due Sicilie grazie ai quali era stato possibile concludere dei buoni accordi di amicizia e di collaborazione ; intese e accordi che avevano riguardato anche altri stati rivieraschi, quelli cioè disseminati sulle sponde orientali e meridionali del Mediterraneo.
            Intanto, proprio nei mesi del soggiorno a Smirne, il progetto della linea telegrafica viene finalmente preso nella giusta considerazione presso la corte del Sultano dove, tuttavia, profondi dissensi intercorsi fra gli amici Puchetti e Palmieri, compagni di viaggio e soci in affare con Orlando, fanno non solo fallire l’iniziativa ma lo stesso scopo del viaggio.
Malgrado le difficoltà del momento, resta tuttavia lontano - da Feliciano - il desiderio di far ritorno in patria da sconfitto ; più probabilmente egli decide di non rientrare ad Altavilla a causa dei suoi trascorsi politici che gli fanno ancora temere la galera.
           Nel frattempo, a Smirne"……Feliciano Orlando si occupa di dar lezioni di lingua italiana e a far da sollecitatore nei consolati…..” (6).
  
Ben presto, le sue capacità professionali di avvocato gli procurano comunque una discreta agiatezza tanto che agli inizi del 1844 il Sig. Giuseppe Martone, nominato Console Generale a Smirne, per il Regno delle Due Sicilie, offre al nostro concittadino la carica di cancelliere.
E’ la giusta ricompensa delle amicizie di cui l’Orlando si era circondato all’interno della cerchia degli italiani dove, come sempre avviene, era molto sentita una sorta di cameratismo culturale grazie al quale si era portati ad aggregarsi per nazionalità e stringere sodalizi.
 
 

Nota

6 ) Il termine sollecitatore nei consolati sta ad indicare la figura del procuratore (oggi avvocato) o comunque di chi agiva in giudizio in rappresentanza di una delle parti.

 

E di italiani, come accennato in precedenza, ne risiedevano moltissimi a Smirne dove il consolato del Regno delle Due Sicilie, in quegli anni, aveva assunto una tale importanza da abbracciare un territorio molto vasto ossia tutta la costa dell’Anatolia, comprese le isole dipendenti (nell'immagine vedi lo spazio delimitato dalla linea gialla).
Questo stato di cose indica sufficientemente bene l’importanza della carica di cancelliere offerta a Orlando. Si trattava infatti di una sede diplomatica che, dopo alterni periodi di chiusura e riavvio delle attività consolari, dovute alla guerra russo- turca (1806/12) e al blocco navale inglese nel mediterraneo contro Napoleone, era stata ripristinata da Ferdinando II, re delle Due Sicilie, con decreto reale del 6 maggio 1838 (7).
 
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La linea in giallo racchiude sommariamente il territorio soggetto al Consolato di Smirne. La foto è tratta da : Wikimedia.org
 

Nota:

(7) In: Collezione delle leggi e de’ decreti reali del Regno delle due Sicilie Anno 1838, Stamperia Reale, Napoli, 1838. E’ utile precisare che sebbene, in precedenza, vi fossero degli ottimi rapporti diplomatici tra il sultano e il re di Napoli, bisogna tuttavia arrivare al 1802 perché la cosiddetta Sublime porta, ossia l’impero ottomano, conceda alla bandiera napoletana la libera navigazione del Bosforo e dei Dardanelli.

 
 
 
   Il consolato di Smirne, nell’occasione in cui viene ripristinato dal re Ferdinando II, è addirittura elevato a maggior rango con la seguente motivazione “…..volendo efficacemente provvedere agl’interessi del nostro buon servizio e del commercio ch’esercitano i nostri amatissimi sudditi in Smirne……” (8).
   Deciso a rifiutare la nomina di cancelliere perché occupato nei propri affari che, nel frattempo, erano diventati numerosi, Feliciano Orlando propone al Console Martone, come cancelliere e in sua sostituzione, il nome dell’amico Puchetti col quale aveva intrapreso l'avventura nel regno ottomano. Purtroppo, sarà proprio questo Puchetti che, una volta diventato Cancelliere, sarà per il nostro concittadino causa di profonde sventure. Intanto, nei momenti di libertà e di svago, Orlando si dedica a scrivere opere di carattere letterario, filosofico e di diritto, come: «Il Corano, religione e doveri dei musulmani» - «Della Filosofia e sue parti» - «La Triade, verità filosofica» - «Delle relazioni della Corte Ottomana con le potenze straniere» - «Cleopatra» - «La filosofia della legge nella terza parte del diritto del Regno delle Due Sicilie» e molti altri scritti, non tutti purtroppo giunti fino a noi.
   La notorietà e la crescente fama che gli derivano dall'esercizio della professione di avvocato suscitano dunque grande invidia nell'amico Puchetti il quale, pur rivestendo la carica di cancelliere del Consolato, si vede continuamente scalzato negli affari di legge.
L’invidia e il rancore lo inducono addirittura a sciogliere il sodalizio con Orlando e ottenere la metà delle somme accantonate in un fondo comune ovvero “….1500 piastre, delle 3000 che se ne trovavano nella cassa sociale…..”.
 
* * * *
 

Nota

(8) Il consolato di Smirne, in un rapporto dal titolo “ L’Italia economica nel 1873”, annoverava 2899 italiani. Le isole, si legge sempre in questo rapporto “….erano un tempo vere colonie di italiani, massimamente di genovesi……nella colonia di Smirne troviamo 1665 cosiddetti taliani che parlano il greco e 356 che parlano l’ebraico, in compagnia di soli 874 che conservano colla lingua un legame vero colla patria italiana…….” In questi anni riprese addirittura vigore l’uso dell’italiano a Istanbul per via dei numerosi esuli ma anche per i tantissimi artisti italiani che lavoravano al soldo del sultano, soprattutto per lavori di abbellimento del palazzo o per la progettazione di grandi strutture. Tra gli italiani c’era il musicista Gaetano Donizetti, spesso portato alla ribalta, nella cronaca dei giornali turchi, con il nome Donizetti Paşa. A fine Ottocento in Turchia, gli italo-levantini erano circa 7.000, concentrati soprattutto a Galata.

 
 
 
                A nulla valsero gli inviti di Orlando a mantenere in vita il sodalizio, preoccupato anche del fatto che “…..il Puchetti era dedito al gioco e alla bella vita e ….. non aveva le qualità necessarie per guadagnare pane in paese straniero….. perché andava a mettersi sotto i debiti….” (leggi memoria  - originale o dattiloscritta).
L'occasione per ridimensionare la fama di Orlando viene offerta al Puchetti nel 1845 allorquando i due si trovano opposti difensori in una causa il cui giudice è proprio il Console Generale, Giuseppe Martone. In questa circostanza non risulta difficile al Puchetti far sì che il suo diretto superiore faccia pendere la bilancia della giustizia a favore del proprio cliente.
La evidente partigianeria del Console-giudice nell'emettere la sentenza inducono però Orlando a ricorrere in appello, con una memoria data anche alle stampe, nella quale non tralascia di evidenziare le palesi illegalità.
E’ a motivo di questa intransigente posizione che Orlando viene accusato di aver denigrato " i poteri del governo e di aver violato le leggi sulla stampa ".
   A tale proposito, Egli scrive: “ ...nella sera del 24 ottobre 1845, la mia casa a Smirne fu investita dal Sig. Puchetti, da molti cavas o giannizzeri e da parecchie persone estranee. II Sig. Puchetti s'impossessò di quante copie rinvenne della memoria. Nel ritirarmi, venni informato della novità: poco dissi, non mormorai, tacqui.
Nel giorno 8 del seguente novembre, io era per affari alla porta del Consolato greco; un cavas (un soldato) del Consolato siciliano mi invitò gentilmente a seguirlo, con le parole Celebi ghiel; lo seguii di fatto, benché sapessi che mi guidava in prigione. Così fu. Venni rinchiuso nella prigione del Consolato napoletano...….ma come nel Consolato inglese, la prigione divenne uno studio di avvocato ed un ritrovo per tutti i signori di Smirne, amici e protettori di Orlando….”(leggi memoria originale o dattiloscritta).
   Rinchiuso nelle carceri del Consolato Napoletano e, poi, in quelle del Consolato Britannico, Feliciano Orlando vi resta fino al 14 novembre del 1845, giorno in cui, per ordine del Console Martone, viene trasferito da Smirne a Costantinopoli sotto la scorta del medesimo cavas che lo aveva arrestato. Di fatto, il trasferimento viene disposto perché egli diventava un personaggio scomodo, a favore del quale, fra l’altro, si erano continuamente mobilitate persone molto influenti di Smirne. Le continue pressioni, esercitate sul Console, in favore di Orlando, diventavano quindi sempre più insostenibili.
   In una memoria, si legge : “…… dopo che venni ristretto in carcere, molti signori, fra i più notabili di Smirne, francesi, inglesi, austriaci e greci ebbero la degnazione di dimandare la mia libertà provvisoria, offrendo per cauzione le loro persone e le loro borse. L'onorevolissimo signor Console Britannico e l'ottimo signore Vice Console, ebbero la bontà di farmi assegnare per prigione, un locale recentissimo, assai migliore della mia propria abitazione. Passavo i giorni tra le cortesie e gli affari……” (leggi memoria originale o dattiloscritta).
 
 
 
              Giunto a Costantinopoli, si legge ancora “ . .. venni depositato nelle carceri Sarde e poi nelle prigioni francesi, quantunque era in mio potere fuggire, lungo il viaggio, in una casa qualsiasi, dove è proibito entrare ad un turco e agevolmente scomparire per uno dei tanti vicoletti che immettevano sul mio passaggio. Nulla feci di ciò, perché conosco la divisa dell'uomo soggetto a gerarchia: ubbidire prima, reclamare poi ...” (leggi memoria originale o dattiloscritta).
 E’ a Costantinopoli che viene istruito il processo a carico di Orlando, accusato di aver attaccato i poteri del Governo per mezzo di una memoria data alle stampe. La Corte è presieduta da Pietro Martorano, Regio Incaricato d'Affari presso la Corte Ottomana.
  
            A questo punto consenta il nostro lettore di inquadrare, in un contesto più generale, le vicende e gli accadimenti così da poter meglio comprendere quali fossero per il Nostro concittadino i probabili scenari, dopo l’arresto, e quali le possibilità di difesa in terra straniera. Ebbene, quasi tutti i trattati, stipulati dagli Stati preunitari con l’Impero ottomano, contemplavano il fatto che le controversie tra sudditi italiani fossero sottratte alla giurisdizione dei tribunali locali e fossero di competenza dei rispettivi Ministri e Consoli del paese di appartenenza. Ricadevano, invece, sotto la giurisdizione locale, le contestazioni tra italiani e sudditi ottomani, le quali venivano decise secondo le leggi turche ma con l’assistenza e la presenza di un interprete dell’ambasciata o del consolato italiano. Veniva inoltre garantita agli italiani, come pure ad altri stranieri, la inviolabilità del domicilio per cui, in caso di arresto, gli agenti della forza pubblica non potevano penetrare in casa se non con l’assistenza del Console competente o la presenza di un suo delegato. Quando l’arresto avveniva in località molto distanti dalla residenza consolare, bisognava che le autorità turche dessero subito avviso dell’accaduto al Console. Nel trattato del Regno di Sardegna, confermato quasi in toto, successivamente, dal nuovo Regno d’Italia, era stato addirittura contemplato che agli italiani fosse garantito il diritto di proprietà immobiliare (9).
   Questo stato di cose lascia ben comprendere che di contestazioni sul come si erano svolti i fatti, per un personaggio come il nostro, fine giurista e profondo conoscitore anche del diritto ottomano, c’era materia sufficiente per mettere in evidenza tutta una serie di illegalità, dall’arresto, alla violazione delle leggi sulla stampa, fino all’accusa di aver denigrato i poteri del governo; capo di accusa, quest’ultimo, nel quale fra l’altro non veniva specificato all’imputato nemmeno di quale governo si trattasse.
 
 

Nota:

9) Molti Stati preunitari avevano stipulato accordi specifici con l’Impero Ottomano riguardo alle garanzie sulle libertà personali dei singoli sudditi. Il Regno di Napoli aveva concluso in tal senso un trattato addirittura il 7 aprile 1740 (art. 5); Il Regno di Sardegna lo aveva fatto con il trattato del 25 ottobre 1823 (art. 8); Il Gran Ducato di Toscana aveva concluso accordi con il trattato del 12 febbraio 1823 ( art. 6), ecc.Leggi: Contuzzi, Francesco, La istituzione dei consolati ed il diritto internazionale europeo nella sua applicabilità in Oriente, Napoli, 1885.

 
 
 
 
             Nello svolgimento del processo, Orlando riesce meticolosamente a dimostrare non solo la sua innocenza ma anche l'estraneità ai fatti contestati e soprattutto riesce a mettere in evidenza l'estrema partigianeria del giudice tanto da richiedere, nei suoi confronti, l'applicazione dell'art. 234 delle leggi penali del Regno delle Due Sicilie. In pratica Feliciano Orlando accusa il giudice di aver praticato atti arbitrari contro i suoi diritti civili e contro la sua libertà individuale. A motivo di ciò ne chiede addirittura la relegazione oltre la interdizione per cinque anni dalla carica di Console-Giudice; infine avanza richiesta di risarcimento per i danni subiti (leggi memoria).
   Atteggiamento a dir poco intransigente, questo di Feliciano Orlando, sebbene il suo avversario ricopra la carica di giudice-console e possa vantarsi di essere, quindi, persona influente la quale può sicuramente far valere le proprie amicizie di rango. E’ tuttavia un sopruso al quale l'Orlando non ritiene di dover sottostare specialmente nella considerazione e nel convincimento che il diritto sia stato ridotto alla soggettiva valutazione da parte di chi, chiamato ad applicarlo, assume comportamenti arbitrari se non addirittura spavaldi, forte del fatto che debbano essere i propri assiomi a prevalere su ogni altrui opinione.
        A favore di Orlando, oltre a numerose prove e testimonianze che lo scagionano totalmente, vengono presentati, nel giudizio in corso, molti attestati detti di pubblica voce i quali riescono proprio a fare la differenza nella competizione in atto.
Si tratta di deposizioni giurate di quattro persone, le più probe del paese al quale l'imputato appartiene (Italia) le quali rilasciano testimonianza sulla sua condotta ordinaria e sul fatto di essere dedito o meno alla colpa di cui viene accusato (10).
   Dopo numerose sedute, molte delle quali particolarmente vivaci, il tribunale, presieduto da Pietro Martorano, regio incaricato d'Affari del Regno delle Due Sicilie, e formato da Alessandro Brizio, Cancelliere della regia Legazione Sarda, oltre che dai giudici Bartolomeo della Torre e Stefano Messi, emana, il giorno 24 febbraio 1846, sentenza di completa assoluzione per l'imputato Feliciano Orlando.
        E’ il giusto epilogo di una vicenda in cui gli interessi di una singola persona, lo strapotere di certe istituzioni per nulla inclini a comportamenti corretti, la partigianeria e soprattutto la forza di chi è consapevole di appartenere ad una casta di rango, devono lasciare il passo all’evidenza dei fatti e al coraggio delle idee.
 

Nota

10) Un vecchio magistrato, certo Felice Corvino, cognato del nostro sventurato personaggio, su questi fatti riferiva (documento d'archivio) che i francesi, al loro arrivo nelle nostre contrade, in tempo dell'occupazione militare, attribuivano tanta importanza e tanta fede a questo attestato, che “…..sopra di esso assolvevano o fucilavano…..”

 
 
 
       Non tutte le peripezie e le difficoltà hanno però termine con questa sentenza di assoluzione poiché il peso dell’influente diplomatico, Console Generale delle Due Sicilie, non permetterà al Nostro, a distanza di ben cinque anni dalla fine del processo, ovvero nel 1851, di esercitare liberamente l’avvocatura presso il Regio Consolato. In pratica, malgrado la sentenza che scagionava pienamente il nostro concittadino, restava comunque e sempre in vigore, nei suoi confronti, una precedente interdizione a svolgere la professione di avvocato.
   Furono perciò necessari altri ricorsi e altre petizioni per vedere accolte le legittime richieste di Feliciano Orlando.
   Riacquistata la libertà e venuta meno l’interdizione, Orlando si trasferisce definitivamente, per ragioni di salute, a Smirne il cui clima, rispetto a Istanbul, era di gran lunga più favorevole.
   A Smirne, Orlando riprende finalmente l’attività professionale la quale gli consente, in tempi molto brevi, di riacquistare notorietà e stima tanto da essere nominato, per un breve periodo, Console reggente delle Libere Città Anseatiche di Lubecca, Brema ed Amburgo (Germania), alle dipendenze dell’incaricato d’affari, il tedesco Andrea Davide Mordtmann, nativo di Lubecca .
   La Lega Anseatica, le cui origini possono farsi risalire addirittura al ‘200, era un’associazione, ovvero un’alleanza particolarmente importante ma soprattutto potente che vedeva unite molte città dell’Europa Settentrionale e del Baltico, basata sugli interessi di facoltose famiglie o società commerciali; si trattava in pratica di città che si erano messe insieme contro i pirati ma anche per ottenere condizioni più vantaggiose nei luoghi dove certe famiglie o società compravano o vendevano le loro merci.
 
 
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Le maggiori vie di comunicazione e commercio della Lega anseatica (In Wikipedia)
 
 
 
   Negli anni in cui si svolsero i nostri accadimenti, la Lega si era di molto ridimensionata rispetto alle origini e sebbene solo alcune delle città mantenessero l’antica alleanza, una specie di mutua assistenza di tipo commerciale, essa restava comunque potente, influente e di grande prestigio.
   A questa breve reggenza ad interim seguì la carica di Vice Console delle Libere Città Anseatiche, mansione che l’Orlando svolge alle dipendenze del Console Carlo Federico La Fontaine (11).
   Anche in questa occasione si trattò di un incarico di prestigio che seguiva, di poco, un importante trattato di navigazione e commercio stipulato, nel I° governo di Masimo D’Azeglio, tra il Regno di Sardegna e le libere città anseatiche di Lubecca, Brema e Amburgo. (trattato di navigazione e commercio)
 
   Fu proprio nel periodo in cui svolse la carica di Console delle Città Anseatiche che il Nostro concittadino, frequentando i circoli della borghesia italiana, strinse amicizia con un personaggio che lo introdusse ulteriormente nei circoli letterari ottomani, il barone Romualdo Tecco (12).
 

Nota

11) Ciascuna di queste città anseatiche si fregiava del titolo di “libera” grazie ad antichi privilegi come quello concesso a Lubecca una volta diventata città imperiale, sotto Federico II, nel 1226 . La parola hansa, in tedesco significa proprio raggruppamento, schiera. Ancora oggi resta testimonianza di questa Lega nelle targhe automobilistiche di alcune città tedesche. La prima lettera della città che una volta faceva parte della Lega è infatti preceduta dalla H di Hansestadt (Città dell’Hansa) come ad esempio HL (Lubecca), HH (Hamburgo), HB ( Brema), ecc.

 

12) Romualdo Tecco nacque a Boves in Piemonte il 4 luglio 1802. Avendo studiato presso il collegio armeno di Roma imparò presto il turco, prerogativa che gli tornerà particolarmente utile nella sua carriera diplomatica. Conclusosi infatti il Congresso di Vienna e restituita l’indipendenza al Piemonte, con una superficie notevolmente aumentata, dovuta ai territori appartenuti alla Repubblica di Genova, il regno sardo piemontese si ritrovò con uno dei più grandi porti del mediterraneo (Genova). Questo stato di cose, insieme alla necessità di sfruttare al meglio lo sbocco sul mare, spinse il nuovo governo a riprendere gli interrotti rapporti diplomatici con l’oriente. In questo contesto il Tecco partì nel 1825 per Costantinopoli, a seguito del Console Marcello Cerruti. Qui, dopo alcuni anni, Romualdo Tecco viene nominato, nel 1837, incaricato d’affari. Dopo aver svolto mansioni sempre più importanti, segue nel 1847 la nomina di Ministro plenipotenziario del regno di Sardegna, con sede a Costantinopoli, incarico che svolge con grande dedizione portando a termine anche un difficile accordo commerciale sardo-turco. Sono proprio gli anni in cui il Tecco frequenta il nostro Feliciano Orlando con il quale condivide non solo certe idee liberali della politica ma anche gusti letterari e interessi culturali di vario genere. Dopo un breve soggiorno in Spagna e poi ad Atene, il Tecco rientra in Italia dove nel 1864 viene nominato senatore del Regno. Muore a Torino il 19 maggio del 1867.

 
 
 
 
           Era, costui, uomo di grande cultura, diplomatico di rango, studioso e fine conoscitore delle lingue orientali, specialmente il turco e il persiano, il quale insistette perché Orlando si dedicasse alla pubblicazione di un lavoro giornalistico, primo in lingua italiana, in terra turca, riguardante una “Effemeride politica “(13).
Furono questi dunque gli anni in cui Feliciano Orlando collaborò, attraverso alcuni suoi scritti, come editorialista, alla pubblicazione di articoli riportati su alcune testate di periodici che ebbero grande diffusione in certi ambienti ottomani, frequentati non solo da intellettuali o uomini politici italiani, quasi sempre esuli, ma anche da francesi, spagnoli, ecc. (14).
Purtroppo di questa produzione letteraria resta molto poco, solo qualche copia di alcune riviste o rari appunti e note personali, contenuti nelle memorie giunte fino a noi.
Lacune che non permettono di conoscere il nostro personaggio attraverso questi suoi suoi scritti che potremmo definire minori ma che ci avrebbero rivelato, ad esempio, il suo interesse verso il mondo orientale e quello turco, la sua attenzione verso la società e l'ambiente dell’epoca, le sue posizioni sui movimenti politici, le sue idee sulle tradizioni culturali, sulle credenze religiose ma anche sulle abitudini mediche o alimentari e forse anche i suoi gusti riguardo alle tendenze di moda e stile ; sarebbe pure stato di grande interesse leggere i dispacci diplomatici nei quali probabilmente l’Orlando ha dato notizia di certe costumanze o usi popolari, ha spiegato l’origine e il significato di certe pratiche religiose, ha discusso e informato su questioni araldiche relative alla corte del sultano, ha illustrato peculiari comportamenti sociali del popolo ottomano.
   Scritti, memorie e dispacci che sono giunti fino a noi solo in piccola parte ma tuttavia sempre privi di pregiudizi religiosi e razziali i quali, come dimostra la produzione letteraria superstite, non hanno mai limitato e condizionato l’approccio di Orlando a quella realtà così difforme dai canoni europei.
   Intanto, a questo incarico importante di Console delle Città Anseatiche seguì, con decreto Reale del 13 marzo 1857, altra mansione di prestigio, quella di Vice Console del Gran Ducato di Toscana il quale, con l’Unità, verrà fuso nel Consolato Generale d'Italia.
 
 

Nota:

13) La parola effemeride deriva dal greco ephemerís, cioè giornalierio; più genericamente indica anche il termine diario. Nel nostro caso è da intendersi come “giornale quotidiano”, con una valenza tutta politica.

14) Si tratta di testate come la Crisalide Sotterranea oppure Omnibus ed altre di cui sono giunte fino a noi soltanto poche copie. Vere rarità per la conservazione delle quali sarebbe auspicabile l’unificazione delle collezioni complete in una grande emeroteca italiana cui far seguire l’immissione in rete delle collezioni stesse !

 
 
 Altre mansioni e responsabilità seguirono a breve distanza. Prima di far ritorno nella nuova Italia giunge anche la nomina di Direttore della Cancelleria del Consolato Generale di Prussia, incarico al quale, il Nostro, si dedicherà solo per un breve periodo.
 
 
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Leopoldo II di Toscana (1797-1870) seduto, con la moglie Maria Antonia, i figli Luisa e Carlo Salvatore, la sorella Maria Luisa e due membri della corte tra cui Giuseppe Silvatici ( il primo a sinistra, con la tuba) alto ufficiale che, una volta compiutasi l’Unità d’Italia, scelse di condividere con i granduchi gli anni dell’esilio a Schlackenwerth in Boemia e poi a Salisburgo.
(La foto è tratta da Wikimedia commons)
 
 
E’ nell’ occasione di questa nuova nomina che il Console Generale del Regno di Sardegna, Sig. Luigi Pinna, invia a Camillo Benso Conte di Cavour, che ne aveva fatta richiesta, per essere meglio documentato sulla società ottomana, copia dell’opuscolo di Feliciano Orlando dal titolo "Sulla Commissione mista e sulle domande riconvenzionali in Levante; opuscoletto nel quale il nostro concittadino, profondo conoscitore dell’impero ottomano, si dilunga in dotte disquisizioni di carattere giuridico e di diritto.
Questi, dunque, sono gli accadimenti che precedono il ritorno in patria di Feliciano Orlando.
 Non conosciamo le ragioni che lo spinsero a far ritorno in una Italia sulla quale, fra l’altro, incombeva un’atmosfera tesa ed esplosiva come quella che lasciava presagire un duro scontro con la Roma papalina. Non a caso Metternich giudicava questo momento storico come uno dei più pericolosi focolai d’Europa, possibile scontro tra il popolo della Chiesa, da una parte, e coloro che credevano in uno stato laico, privo di condizionamenti religiosi, dall’altra.
   Scrive Francesco Ippolito Bruno, nella rivista “La ricreazione” del 1884: (15)
"….. Ma quando l'Italia risorge a vita novella, l'Orlando decide di ritornare a salutar la patria. Al ritorno non si atteggia a martire politico, non sollecita cariche, né onori, né nastri; ma si ritira modestamente nel paese che fanciullo lo aveva educato…..”
 
E’ in questo contesto che si è cercato di delineare, almeno per grandi linee, la figura di Feliciano Orlando, personaggio che ha lasciato profonda traccia nella memoria dei suoi contemporanei ma anche in quella delle generazioni successive pur non essendo documentata a sufficienza, negli scritti giunti fino a noi, la peculiarità dell’uomo, del liberale ma anche del politico.
   Ritornato in patria, forte anche di una buona posizione economica, si stabilisce nel suo paese natìo Altavilla dove dimora al Corso Garibaldi, nel caseggiato di famiglia, oggi segnato dal civico 85. All’ interno, in un piccolo cortile, pur dopo tanti rifacimenti e ristrutturazioni, esiste ancora una meridiana da lui fatta installare una volta rientrato in Italia…..forse una piccola civetteria o, più probabilmente, un ricordo che richiamava alla memoria luoghi, persone o affetti lontani, lasciati in terra ottomana.
   Onorato e stimato dalla comunità altavillese, Feliciano Orlando ricopre per quasi diciannove anni (1862-1883) cariche publiche (leggi memoria) raccogliendo stima e apprezzamenti ma anche calunnie e offese di natura politica. Muore il 6 maggio del 1884 ricoprendo la carica di Sindaco cui era stato eletto nel giugno del 1882.
 
 

Nota

15) Francesco Ippolito Bruno fu direttore didattico e si distinse come cittadino e come educatore. Una lapide marmorea, al corso Garibaldi, posta sulla facciata dell’antica sede del Comune, lo ricorda agli altavillesi.

La rivista La ricreazione, del 1° giugno 1884, contiene un breve necrologio, a firma di Ippolito Bruno, scritto in memoria di Feliciano Orlando. Questo periodico mensile ebbe vita breve, durò un solo anno e fu pubblicato ad Altavilla nell’anno 1884 così da essere il più antico periodico altavillese.

 
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