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GLI ULTIMI « ATTENDIBILI » POLITICI

DEL PRINCIPATO ULTRA

(1858-1860)

( di Alfredo Zazo, In :Samnium 1969 -pagg. 101 – 109 )

*******

   Il 10 giugno 1859, una « circolare » del ministro di Polizia del Regno delle Due Sicilie e Procuratore Generale della Gran Corte Criminale, Francescantonio Casella, faceva noto all'Intendente di Principato Ultra, Pasquale Mirabelli-Centurione, che era volontà del Re «riabilitare nell'esercizio di taluni diritti civili, quei sudditi che traviati nelle turbolenze degli anni 1848-9, erano stati compresi negli elenchi degli attendibili» (1).

   Francesco II salito sul trono il 22 maggio di quell'anno «col culto e le idee di suo padre» e incline a seguirne le orme (2), «contrassegnava» con questo ambiguo atto di sovrana clemenza, l'inizio del suo Regno. La circolare, infatti, se da un lato richiamava l'attenzione degli Intendenti «sulla lista degli attendibili nella cui formazione, per altrui maltalento, erano stati indebitamente compresi parecchi individui che non avrebbero dovuto farne parte», d'altro lato non escludeva l'assidua vigilanza su quei sospettati politici i quali «per tristizia, meritavano pur sempre l'attenzione della Polizia ».

   Sei giorni dopo, il 16 giugno, il giornale ufficiale del Regno pubblicava due decreti : l'uno di condono delle pene residuali per i reati contro lo Stato e l'altro di riabilitazione. «D'ora innanzi -- così questo secondo decreto — ogni impedimento è tolto a quei nostri sudditi che per le politiche turbolenze degli anni 1848-9, si trovano compresi nelle liste degli attendibili e questi possono conseguire carte itinerarie e fedi per ascendere a gradi dottorali; possono, inoltre, essere scelti a pubblici uffici» (3). Ma riservate « istruzioni », ripetiamo, attenuavano la portata del decreto. «In caso di richiesta di carte di passaggio per la capitale — si precisava — le Autorità possono concedere, dopo gli adempimenti di regola comuni a tutte le classi di persone, i corrispondenti recapiti, ma avvisandone volta per volta il Ministero e la Prefettura di Polizia. Il Prefetto ricevuto avviso della venuta in Napoli di qualche attendibile, non mancherà di farlo vigilare e così quando si restituirà in patria. Recandosi esso in altre province, se ne dovrà dare avviso alle Autorità locali». Non bastava. Misure di vigilanza erano previste per l'attendibile che si portava all'estero e scrupolose indagini venivano praticate se richiedeva attestati abilitanti al conseguimento di gradi dottorali o mostrasse il desiderio di aspirare a cariche comunali. In questo ultimo caso, l'Intendente poteva informare il ministro di Polizia con particolare rapporto.

   I due decreti non giunsero graditi al reazionario Intendente di Avellino, il calabrese Mirabelli (4) che da nove anni aveva — è vero — dato prove di una certa sagacia amministrativa, ma si era reso inviso per esosa attività politica che attraverso denunzie sovente infondate, aveva accresciuto e accresceva di continuo, il numero dei sospettati politici. Devoto con ostentazione ai propri Sovrani e in modo particolare a Ferdinando II «il cui nome non sapeva pronunziare che con tenera emozione» (5), servile con i suoi superiori, spronato dall'ambizione di vedersi un giorno a capo della Polizia, il suo zelo lo aveva reso spietato con gli elementi liberali, se solo accenneremo al suo atteggiamento verso il Poerio, il Castromediano, il Pironti, il Nisco ed altri illustri condannati politici rinchiusi nelle fetide carceri di Montefusco e poi in quelle di Montesarchio, «galera questa, di eccezione», dovrà in seguito affermare, «tanto per i condannati importanti che vi sono rinchiusi, che per la sua posizione, trovandosi essa in mezzo ad abitanti segnalatisi per le utopie del tempo» (6). Non mancò, pertanto, di chiedere al suo Ministro, se gli era permesso di concedere agli abilitati politici il porto d'arme e se nel rilasciare tale permesso o le carte itineranti, doveva in esse indicare la qualifica di «attendibile» !. Assicurò, ad ogni modo, che si sarebbe regolato richiamando l'attenzione dei suoi fuzionari «che nel mentre si doveva sempre valutare la munificenza sovrana nel mettere in oblio i passati trascorsi, non si doveva restare indifferenti agli andamenti e alle tendenze di coloro una volta distintisi nell'alterare l'ordine e la pace, onde non essere sorpresi da novelle macchinazioni». E ben presto segnalava al suo superiore in Napoli, la partenza per quella capitale di Francesco Montuori «meritevole - assicurava - di essere guardato per i suoi antecedenti in politica e perciò da sorvegliarsi attentamente». Il Montuori che «come medico si era grandemente segnalato per l'abnegazione con la quale, infierendo il colera nel 1836, aveva in Guardia Sanframondi prestata l'opera sua agli infetti, correndo grave rischio per la vita», era stato arrestato su denunzia del Mirabelli il 25 marzo 1850 e processato come già ascritto alla setta «La Giovane Italia», come autore di opuscoli liberali e sopra tutto per aver combattuto (e rimase ferito) il 15 maggio 1848 sulle barricate di via Toledo (7).

 

  1. Arch. Stato Napoli, Minist. Polizia, fase. 608.
  2. v. A. ZAZO, La politica estera del Regno delle Due Sicilie nel 1859-60, Napoli, Miccoli, 1940, p. 95 e segg.
  3. v. Collezione delle Leggi e dei Decreti Reali sotto il Regno di Fran¬cesco II, Napoli, Stamperia Reale, 1859, pp. 266-7.
  4. Su Pasquale Mirabelli-Centurione, v. la biografia apologetica di G. ZIGARELLI in Storia civile della Città di Avellino, Napoli, Tomese, 1889, I, p. 256; v. pure, V. DE NAPOLI, Storia dell'Idea irpina, Avellino, Ferrara, 1900, pp. 183-4 e passim; cfr. l'aspro giudizio di N. Nisco, Storia del Reame di Napoli dal 1824 ai 1860, Napoli, Lanciano e Veraldi, 1908, II, p. 318.
  5. v. ZIGARELLI cit., p. 269.
  6. v. S. CASTROMEDIANO, Carceri e galere politiche, Lecce, Tip. Salen¬tina, 1895, I, p. 293; R. DE CESARE, La fine di un,. Regno, Città di Castello, Lapi, 1908, I, p. 423; II, p. 180; N. Nasco, op. cit., II, p. 316; V. CANNAVIELLO, Lorenzo de Concili o liberalismo irpino, Napoli, Pierro, 1913, pp. 101-2; A. ZAZO, Il Sannio nella rivoluzione del 1860. I Cacciatori Irpini, Benevento, Cooperativa Tip., 1927, p. 19; ID., Montesarchio per l'unità d'Italia, Montesarchio, Tip. Russo, 1961, p. 22.
  7. v. N. V. TESTA, Gli Irpini nei moti politici e nella reazione del 1848-9, Napoli, Contessa, 1932, p. 64 e passim; cfr. DE NAPOLI cit., p. 79 e F. SCANDONE, Il Principato Ultra e gli avvenimenti del 15 maggio 1848 in Samnium, 1947, p. 133.

  

Della sua irriducibile avversione per i liberali e dell'ascendente autoritario che egli esercitava su i suoi diretti subalterni, ce ne då prova un rapporto a lui inviato dal Commissario di Polizia di Avellino e dal Mirabelli trasmesso al Ministro in Napoli col velato scopo di studiarne la risposta ed agire in conseguenza. Gli scriveva il Commissario: «Nel renderla certa di essermi pervenute le due gravi riservatissime circolari risguardanti gli affissi criminosi l'una, e la vigilanza da portarsi su i tristi marcati per attendibilità politica l'altra, l'assicuro che con tutta la vigoria delle mie forze, mi impegnerò come sempre, perché le prescrizioni in esse contenute, tornino alla lettera eseguite; ed Ella, signor Commendatore, che dall'alto suo grado tutto vede e pondera e con severità di principii mette a rigorosa valutazione, troppo da vicino conosce l'esattezza, l'alacrità e l'impegno che tutto giorno da me si spiega nell'interesse del Real servizio e per ben corrispondere alle Superiori sollecitudini nelle vedute di un'energica, benintesa Polizia, e quindi deve essere certa che non lascerò per quanto posso da mia parte, mezzi intentati, né pratiche inesaudite, onde tener d'occhio incessantemente, il contegno dei tristi e arrestarli nelle loro macchinazioni, ove menomamente me ne potessero fornire gli elementi, oppure — dirò meglio — destarmene i sospetti, onde rendere sempre più saldo l'ordine pubblico e vedere perpetuata quella invidiabile calma che finora qui respirasi, mercé le sapientissime e provvide cure del Real Governo». Su suggerimento del Mirabelli e pur sempre per renderne più operosa l'attività poliziesca, il Commissario mise in rilievo «la deplorabile posizione» in cui si trovavano gli uffici di polizia in Avellino: «Niun mezzo — affermava — si ha per attivare qualche segreta persona che potesse tenermi con riserva al corrente di notizie, impossibile affatto ad ottenersi con mezzi diretti di polizia, troppo facili ad essere scorti e rimarcati dalla malizia dei malvagi, dovendo a ciò far fronte a spese della mia propria borsa, perchè in difetto, non potrei al certo tenerla al corrente dei più minuti particolari sovente volte qui offertisi. Non vi è un ispettore, ancorchè aggiunto, e che al certo in altre province non manca. Un cancelliere zelante e onesto, ma senza soldo e privo di necessari mezzi di sostentamento, il quale serve già da circa otto anni, di estranea terra, lontano dalla moglie e dai teneri figli, ai quali sente l'obbligo di recarsi allo spesso, onde non trascurare verso dei medesimi quei doveri che Iddio gli comanda e la natura gli impone, lasciando di conseguenza il posto. Un commesso di uguali pregevoli requisiti dotato, ma vecchio, affetto da podagra, in modo che vittima di tal malore, consuma di continuo il letto più che le panche del Commissariato e questi, col tenue assegno di mensuali carlini venti, abbenchè servisse da 33 anni senza aver mai dato luogo a parlare di lui. Tre guardie di polizia di nome, ma non di fatto, con 13 grana al giorno di assegno, carichi di famiglia e circondati di obbligazioni, senza divisa e distintivo veruno, laceri e inermi, i quali veggonsi con positivo mio rossore, non di rado all'uscio del di Lei Gabinetto a chiedere, squallidi e tapini, dalla soccorrevole sua mano, caritatevoli sovvenzioni e soccorsi ! E' questo, signor Commendatore, la triste, lacrimevole e imbarazzante posizione del Commissario di Polizia di questa grande e interessante provincia su del quale l'enorme peso della conservazione dell'ordine pubblico gravita, di cui Ella tutto dì, in termini precisi e positivi, lo chiama mallevadore e garante ! Se tali condizioni meritano immegliamento, sarà della di Lei saggezza il valutarlo. In quanto a me, morire, — come mi è debito — sotto il peso della fatica, come diverse fiate ho corso il rischio e niuno più di Lei lo conosce, essendomi stato largo della sua generosa assistenza allorchè trovavami moribondo per malanni sofferti per eccedenti trapazzi, sotto questo clima al mio fisico avverso e micidiale fin dal bel principio della mia destinazione in questa residenza, ma non trascurerò punto quei doveri che mi sono propri, segnatamente negli attuali tempi, l'adempimento dei quali, esatto e scrupoloso, mi ha fatto sempre meritare la Superiore considerazione». Il Mirabelli, soddisfatto, aggiungeva : «Siffatta relazione non contiene altro che la verità. E poichè questa Provincia si è resa ben interessante sia per la sua posizione topografica per essere legata allo Stato Beneventano (1), nonchè per l'esteso traffico di commercio fra questo capoluogo con le altre quattro non meno interessanti province di Capitanata, Terra di Bari, Terra d'Otranto e Principato Citeriore, io, onde prevedere il benchè minimo inconveniente, e fare che questo Commissariato si abbia un miglioramento tanto necessario per il buon andamento del Real servizio, mi veggo nella necessità dover pregare la Superiore Autorità di Lei, a provvedere al più presto e nel miglior modo a tutto quanto si è fatto presente dal detto diligente ed energico funzionario, ed essenzialmente trovo necessario che questo abile e onesto ed attivo cancelliere D. Alfonso Sepe o si abbia la proprietà della carica di 3° rango col soldo corrispondente, ovvero una gratificazione mensile equivalente al soldo stesso da prelevarsi dai cespiti di Polizia, non convenendo tenere ulteriormente abbandonato un giovane quale è il Sepe che è pieno di buona volontà e promette molto» (2).

   Sullo scorcio di quel giugno, il Mirabelli costretto a discriminare centinaia di attendibili (i più illustri compromessi avevano cercato asilo in Piemonte, in Toscana o fuori d'Italia) fermava l'attenzione del Ministero di Polizia su 85 di essi ritenuti «irriducibili», sparsi in 31 Comuni, oltre il capoluogo. Avellino ne contava — a suo parere — undici, e fra essi quel Francesco Brescia, già ufficiale della Guardia Nazionale nel 1848. «Primeggiò tra i faziosi di Avellino — così in un rapporto di polizia — e per voto dei medesimi fu eletto tenente della G. N.; trascorse in oltraggi verso la Gendarmeria e dette luogo a complicazioni gravissime le quali finirono con lo scioglimento della Guardia» (3). Aveva già perduto il suoposto di «razionale» presso l'Intendenza. Di oltraggi alla Gendarmeria, si era reso colpevole anche il patrocinatore Serafino Soldi il 1° marzo 1848. Era stato inoltre accusato di aver partecipato ad un'organizzazione settaria col fine di far salire sul trono di Napoli Luciano Murat. Nato in S. Martino Valle Caudina, ma residente in Avellino, il Soldi «fu poderoso oratore forense, propugnatore del movimento unitario nel 1860 e deputato della nuova Italia» (4). Altri due legali avellinesi, Mario Petilli e Orazio Quaranta, erano colpevoli di propaganda costituzionale e di aver frequentato nel 1848-9 quei circoli liberali. Un Nicola Ricciardelli, anche avvocato, era stato incriminato per offese al Re, mentre a Saverio Luciani (nel vecchio elenco degli attendibili occupava il 755° posto) si apponeva a colpa l'aver partecipato come volontario alla prima guerra d'Indipendenza, a Tommaso Imbimbo di avere aperto in casa sua un circolo costituzionale (5) e infine, all'avvocato Giuseppe Mirabelli, di «aver sparlato del Real Governo».

  1. v. a questo proposito: V. CANNAVIELLO, Lorenzo de Concili cit., pp. cit. e A. ZAZO, Il Sannio cit. pp. 18 e segg.
  2. Arch. Stato Napoli, Minist. Polizia, fasc. 622.
  3. v. N. V. TESTA, op. cit., p. 89; cfr. A. ZAZO, Conflitti fra la Guardia Nazionale e la Guardia di Pubblica Sicurezza in Avellino nel 1849, in Samnium, 1931, II, p. 72 e F. SCANDONE, Il Principato Ultra cit. p. 141.
  4. v. N. V. TESTA, cit., p. 88.
  5. Id., pp. 91-4.

  

Altre figure notevoli nell'elenco degli ultimi attendibili di Principato Ultra, quelle di Fedele Carchia, di Vito Purcaro, di Giuseppe Vitoli e di Gennaro Bevere, tutte di Ariano Irpino. Il Carchia, già vice-presidente della Tribù Gianicola, era stato uno dei più accesi settari del periodo carbonaro e aveva scontati i suoi sentimenti rivoluzionari, con un agitato decennio di esili (1). Nel 1848, dopo gli avvenimenti del 15 maggio, aveva fatto parte in Ariano di un comitato di difesa della minacciata Costituzione (2). Vito Purcaro aveva scontato la pena dell'ergastolo per la sua attività carbonara; graziato nel 1831, processato nel 1833 per cospirazione contro la sicurezza dello Stato, fervido sostenitore della Costituzione nel 1848, fu primo in Ariano a sommuovere la città dopo gli eccidi di Napoli, disarmando la Gendarmeria, arrestando corrieri, radunando volontari per marciare sulla capitale (3).

   Suo stretto collaboratore in questi ultimi episodi, il Vitoli che fu pure uno dei componenti del comitato arianese, addetto «agli affari interni e esterni». Di Gennaro Bevere, il Mirabelli scriveva: «Nelle emergenze politiche del 1848, fece da prototipo, ascrivendo a vanto farsi vedere ligio all'esaltato Vito Purcaro ed in istretta relazione con gli attendibili Giuseppe de Miranda e Vitoli, immischiandosi in tutti gli atti rivoltosi di quella triste epoca. Nella qualità di decurione della Guardia Nazionale, fu provocata la di lui destituzione. La permanenza nel carcere, fu replicatamente sperimentata da esso Bevere» (4). A Gesualdo, i sei attendibili : Carmine Iannucci, Felice Catone, Pasquale e Giovanni dell'Erario e il sacerdote Leopoldo Nocera, avevano avuto il torto di essere anch'essi «esaltati per le novità del tempo»; a S. Angelo dei Lombardi, Angelo M. Solimene era stato accusato di cospirazione; Giuseppe Cantore-Sepe «convinto di esaltazione liberale» e con lui, Angelo Caputo. Emerge in Frigento la nobile figura del sacerdote Pasquale Ciampi che aveva fra l'altro osato benedire dalla spianata di Montefusco quei reclusi politici nelle loro sofferenze e nei loro ideali (5). Come un galeotto, egli portava il numero di «attendibilità» 659.

   Intimo amico del Parzanese (fra i già sospettati), il medico Antonio Ciani meritava di essere severamente sorvegliato — asseriva l'Intendente Mirabelli — per essersi mostrato «nelle tristi emergenze del 1848 non poco attaccato a quell'ordine di cose» e per avere col fratello Francesco, «meditate novità sovversive nonostante fossero sempre vigilati dalla Polizia » (6).

  1. v. V. CANNAVIELLO, Gli Irpini nella rivoluzione del 1820 e nella reazione, Avellino, Pergola, 1941, p, 206 e passim.
  2. v. A. ZAZO, Gli avvenimenti di Ariano del 16-18 maggio 1848 in Samnium, 1948, p. 31; cfr. N. Nasco, Storia del Reame di Napoli cit., II, p. 315.
  3. v. P. C. ULLOA, Dei fatti dell'ultima rivoluzione derivati dai giudizi politici del Reame di Napoli, Napoli, Stamperia Reale, 1854, p. 211 e passim; C. DE Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1861, Trieste, 1868, I, p. 201; F. PETRUCCELLI, La rivoluzione di Napoli nel 1848 a cura di F. TORRACA, Milano-Roma-Napoli, Albrighi e Segati, 1912, p. 139; A. ZAZO, Gli avvenimenti di Ariano cit., p. 27 e passim; F. SCANDONE, Il Principato Ultra cit., p. 96.
  4. Arch. Stato Napoli, Minist. Polizia, fasc. 622. Altri attendibili di Ariano erano il farmacista Nunzio De Pascale («esaltato per la novità dei tempi»), Giuseppe Albanese («distinto per sentimenti liberali»), Nicola Luparelli (v. TESTA, O. cit., p. 246), Luigi Imbimbo («si distinse nel 1848 per sentimenti liberali»), l'avvocato Raimondo Albanese («liberale, sebbene meno riscaltato»).
  5. v. V. CANNAVIELLO, Avellino e l'Irpinia nel centenario dell'Unità italiana in Samnium, 1961, p. 10; cfr. N. Nasco, op. cit., II, p. 318.
  6. v. TESTA cit., p. 97; cfr. F. SCANDONE, I moti politici del 1848 in Avellino e nella sua provincia in Samnium, 1949, p. 127; A. ZAZO, Alcune lettere inedite di P. P. Parzanese in Samnium, 1952, p. 129.

  

La Valle Caudina prima e dopo il 15 maggio 1848, era percorsa da un fremito rivoluzionario che sfociò sovente in torbidi manifestazioni per opera sopra tutto di Nicola Nisco (1) e in Cervinara

i tre Verna: Antonio, Luigi e Federico, agitavano le acque sempre più burrascose della rivolta. La reazione non li risparmiò (2). Nel 1858, Federico Verna era nell'elenco degli attendibili con la rubrica «già imputato di cospirazione». Ma la pur assidua sorveglianza esercitata su di lui, non gli impedì di essere a capo del Comitato unitario di Valle Caudina e di organizzare quella banda di insorti che fece le sue più dure prove nella reazione di Isernia, nell'ottobre del 1860 (3).

   Ancora altri Comuni irpini dovevano dare il loro contributo. Atripalda contava come «irriducibili», il negoziante Giuseppe Mottola e Francesco La Sala; Andretta : Michele Alvino (4), il farmacista Vincenzo Miele «inimico dichiaratissimo del Re N. S.» e Domenico Aulisio Miele «cospiratore settario». Altavilla : il canonico Antonio Fischietti e Nicola Severino; Bagnoli: Luigi e Antonio Cione (5); Bonito : Nicola Leone e Camillo De Santis; Casalbore : Camillo Pizzuto; Castelbaronia: Nicola Cataldo; Flumeri : Nicola Mercuro e Emidio Biccarini e quest'ultimo «per avere nel febbraio del 1852, reduce dalla Capitale, sparsa la voce che il Governo francese aveva fatta richiesta a quello del Regno di Napoli, della somma di 180 milioni, importo di oggetti preziosi lasciati da Gioacchino Murat »; Lacedonia: Gennaro Aulisa; Lione: l'avvocato Alessandro Finelli, accusato di cospirazione settaria e di avere inneggiato al Comunismo; Mirabella Eclano : Pietro Mazzarella; Montecalvo Innocenzo Pezzuti e il medico Felice De Marco che nel 1848 « disarmò la Gendarmeria ed ebbe relazione con i rivoltosi; Montefalcione : Antonio Titomanlio; Monteforte : Pasquale Valentino (nel 1820 aveva disertato dalle Reali Bandiere); Montella : Paolo Bruni; Paterno: Angelo Ferrara «da ben vigilare»; Roccabascerana : Angelo Imbriani S. Martino Valle Caudina : Luigi Savoia; Santa Paolina : il notaio Leopoldo Ricciardelli; Solofra : Vincenzo Guarini; S. Sossio: Nicola Coppola; S. Lucia di Serino: Gennaro Volpe; Torre le Nocelle : Pasquale Petriello e Giovanni de Dominicis; Villanova : Federico Ciccone, anche lui «assalitore della Gendarmeria e connivente con i rivoltosi».

   Gli ultimi colpiti di «attendibilità» dal Mirabelli, furono i fratelli Eduardo e Ferdinando Pàndola (6). Nativi di Lauro, risiedevano a Napoli dove Ferdinando fu scolaro del Settembrini e ne venne espulso per aver inneggiato il 4 giugno 1859 alla vittoria di Magenta. Arrestato e rinchiuso nelle carceri di S. Maria Apparente, dopo essersi rifugiato in Benevento, ne uscì il 3 febbraio 1860, non essendo provate le accuse fattegli: quelle di «immiscenza di stampe clandestine», e collaborazione al giornale clandestino il Corriere di Napoli stampato dal Comitato dell'Ordine (7).

   Il 3 ottobre 1859, il Mirabelli contro il quale si erano accumolati gli odii e l'animosità dell'intera Provincia, fu allontanato da Avellino e nominato consigliere della Corte dei Conti, potè assistere in Napoli alla caduta di quella dinastia che era stata in cima ai suoi pensieri. Con la rivoluzione unitaria, poi, perduto quell'ultimo ufficio, doveva vivere in miseria il resto della sua vita, abbandonato da quanti fino allora, l'avevano circondato (8). Col mutarsi del clima politico dopo la seconda guerra di Indipendenza, l'umiliazione dell'Austria, la crescente ostilità inglese che agiva da contraltare all'influenza napoleonica sulla Penisola (9) e infine, con l'impresa dei Mille, la monarchia senza appoggi, senza autorità morale e minata dalle insidie piemontesi, mostra ogni giorno più la sua incapacità a difendersi nell'interno del paese e il Principato Ultra conta ora un numero sempre più limitato di attendibili (10). La concessa Costituzione che presago Francesco II ritenne dannosa al Regno (11), dá. ad Avellino come Intendente (10 luglio 1860) l'esule e liberale Filippo Capone di Montella (12). Con lui, scompare e per sempre, la parola «attendibile».

  1. v. Ulloa, cit., p. 138.
  2. v. Testa, cit., pp. 138-40, 287; Scandone, I moti politici cit. p. 134.
  3. v. A. ZAZO, Il Sannio nella rivoluzione del 1860 cit., p. 77.
  4. V. TESTA, cit. p. 287.
  5. Id. p. 270.
  6. Archivio Stato Napoli, Minist. Polizia, fase. 1054.
  7. v. R. DE CESARE, Cit., II, p. 7; G. PALADINO," Il processo per la setta dell'Unità d'Italia e la reazione borbonica dopo il 1848, Firenze, Le Monnier, 1928, p. 85; A. ZAZO, Il Sannio nella rivoluzione del 1860 cit., p. 22; ID., La rivoluzione in Benevento e la missione Bentivenga del settembre 1860, in Samnium, 1961, p. 21.
  8. V. DE CESARE Cit., I, p. 423 e ZIGARELLI Cit., p. 210.
  9. v. A. ZAZO, La politica estera cit., passim.
  10. Nel 1860 si hanno i seguenti attendibili: Avellino: Modestino Tommaselli; Ariano: sacerdote Girolamo Miranda; Bagnoli: per la seconda volta, Luigi Cione; Candida: Luigi Tagle; Castelborania: Giuseppe Andreotti; Frigento: Alfonso Andreotti; Lacedonia: Vincenzo Franciosi (inalberò il 1° febbraio 1860 la bandiera tricolore); Melito: arciprete Angelantonio Maurantonio; Mercogliano: Raffaele Santangelo; Mirabella Eclano: Girolamo Chiamone; S. Angelo dei Lombardi: G. B. Sepe; Sorbo: Martino Visconti (altro reduce dalla Lombardia); Ospedaletto: Nicola De Colangeli.
  11. v. A. ZAZO, La politica estera cit., p. 355.
  12. Al Mirabelli successe il 19 dicembre 1859 il chietino Giuseppe Ciccarelli che dopo otto mesi di governo, «venne ammesso al ritiro» (10 luglio 1860). Con la stessa data, fu nominato Intendente Filippo Capone che il 28 agosto successivo entrò in magistratura. Gli successe, ma per pochi giorni, l'ultimo Intendente borbonico: il conte Onorato Gaetani (V. ZIGARELLI, op. cit. pp. 270-1).

                                                                     

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