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Categoria principale: 3.2 Risorgimento
Categoria: 3.2.2 Unità d'Italia
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COME NASCE UNA PROVINCIA

di Luisa Sangiuolo

da : Il Brigantaggio nella Provincia di Benevento 1860-1880, Benevento, 1975

Il tre settembre 1860, le forze insurrezionali italiane dichiarano decaduto il Governo Pontificio in Benevento (1). Si chiude - in nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia e di Garibaldi Dittatore - un lungo periodo di storia durato otto secoli, dacchè nel lontano 1051, la città stanca della protezione interessata degli Imperatori di Germania e di Oriente, dei vicini Normanni come dei principi Longobardi di Capua e Salerno, volendo garantirsi una lunga pace, aveva preferito darsi ad un solo signore dall'autorità indiscussa e prestigiosa: il Romano Pontefice (2). La gestione dei Rettori pontifici durante questo arco di tempo, era stata per la verità, abbastanza comprensiva consentendo il funzionamento di rappresentanze municipali, purché operassero entro i limiti di una amministrazione gerarchicamente sottomessa alla Chiesa. Tale era la situazione anche il 2 novembre 1855, allorché nella sostituzione operata da Monsignor Agnelli dei sette eletti municipali con persone di sua fiducia, si volle vedere un tentativo di restrizione delle libertà concesse e un dichiarato appoggio ai nuovi inasprimenti fiscali operati dal Comune. I commercianti preoccupati dell'aumento del costo della vita che ne sarebbe derivato con conseguente contrazione del volume degli affari, decisero la serrata. A quei tempi non si usava protestare sfilando per le strade con cartelli e striscioni; i commercianti per attrarre meglio l'attenzione su di sé, pensarono di recidere rami di acacie e di agitarli, nel mentre procedevano alla Rocca dei Rettori. Di qui l'episodio che pure non dette luogo ad incidenti gravi, prese il nome di "rivoluzione delle frasche" (3). Monsignor Agnelli sdegnato per la clamorosa dimostrazione, avrebbe preferito scongiurarla parlando con una deputazione degli interessati prima che fossero scesi in piazza, non volle dirimere sul momento la questione. Di conseguenza i commercianti si portarono dal Cardinale Carafae nelle sue mani deposero le chiavi dei negozi, decisi a tener duro, fiduciosi nell'opera di mediazione tra loro e il Delegato, mediazione che il Cardinale di buon grado accettò. Tutto il popolo faceva invero netta distinzione tra i due alti prelati, investiti di due cariche diverse; il Cardinale Carafa era la suprema autorità religiosa come arcivescovo di Benevento e il Delegato Monsignor Agnelli era l'autorità politica assommante i poteri del Prefetto e del Questore di oggi. Quale responsabile dell'ordine pubblico, Monsignor Agnelli paventava che la dimostrazione contro il caro-vita si tingesse di significato politico. Già Salvatore Sabariani, capo del partito neo-guelfo tra il 1843 e il 1848 si era fatto sostenitore dell'unione del ducato pontificio di Benevento al Regno di Napoli; Salvatore Rampone mazziniano, reduce della difesa di Roma del 1849 intrecciava, come da documenti in suo possesso, rapporti con i rivoluzionari, aspettando il momento buono per entrare in azione. La rivoluzione delle frasche, poteva diventare l'occasione propizia. La ragion di Stato, suggeriva a Monsignor Agnelli di intervenire subito e con energia; dispose l'arresto di alcuni civili (4) e spedì al tribunale di Roma don Achille Coppola, don Giuseppe Pastore, i parroci Capasso e Ventura, il canonico don Giuseppe Collarile. Tutti questi sacerdoti imprudentemente avevano espresso dissenso dalle sue misure di polizia e dato adesione alla protesta, non rendendosi conto che essa poteva determinare la fine del potere temporale dei Papi in Benevento. Quando cinque anni dopo, a conclusione della seconda guerra d'indipendenza, Mazzini non solleva la pregiudiziale repubblicana e si dichiara disposto a collaborare con tutti, anche con i moderati perché realizzino l'unità d'Italia, Monsignor Agnelli comprende che sta per finire la dominazione papale; sarà tutt'al più questione di mesi. Il riconoscimento dei governi provvisori di Firenze, Parma, Modena e Bologna da parte di Vittorio Emanuele II, l'opera diplomatica del conte di Cavour volta ad ottenere da Napoleone III l'annessione della Toscana e dell'Emilia (5) mediante plebisciti in cambio di Nizza e Savoia (6), inducono i liberali di Benevento a costituirsi in governo provvisorio. Un emissario del Cavour, il marchese Villamarina, è già a Napoli per impartire istruzioni ai comitati; il 15 marzo 1860 il Ministro di Polizia del Regno di Napoli comunica a Monsignor Agnelli che a Benevento nel caffè di Giuseppe Alberti sito a Piazza Orsini, si tengono riunioni sediziose. È Alberti che passa gli ordini e cura tra i rivoltosi la diffusione del giornale "L'amico del popolo" (7). Lo prelevano da lui Celestino e Michele Morante da Apice, Giuseppe Coletti medico di Montemiletto e Antonio lazeolla da S. Giorgio la Molara, Domenico La Monica avvocato da S. Giorgio la Montagna. Faccia perciò relazione scritta sulle persone indicate e sorvegli Ignazio Revelli che spesso parte da Napoli per Benevento. A stretto giro di posta, Monsignor Delegato risponde che Celestino e Michele Morante sono degni figli del padre don Nicola carbonaro del 1820. Confabulano senza sosta con Domenico Isernia, Michele Cosentini e Salvatore Rampone che stanno preparando la rivoluzione a Benevento. L'avvocato La Monica procuratore del principe di Morra e Iazeolla sono brave persone, ma hanno congiunti fin troppo in vista tra i liberali. Quando però viene la volta di dare informazioni su Giuseppe Alberti, tergiversa ed osserva: Lo si accusa di diffondere "L'amico del popolo", ebbene è un giornale che si stampa a Roma sotto il governo pontificio, io non ne posso impedire la lettura. Poi cambia argomento: "Vuole il ministro che Revelli non venga da Napoli a Benevento? Renda obbligatorio il passaporto per gli attendibili; egli farà perquisire tutte le persone in arrivo nella città e tutto andrà per il meglio". Perché Monsignor Agnelli non accusa Giuseppe Alberti? è allegro e pieno di vita. Da S. Felice a Cancello in cui è nato, è andato alla ricerca di una città e Benevento è diventata la sua città. Ha inventato un liquore distillando una quantità di erbe aromatiche, dicendosi sicuro che nel tempo sarebbe stato il più venduto nel inondo. Rifarà con un nome magico, il cammino inverso delle streghe che da tutto il mondo venivano sotto acqua e sotto vento al noce di Benevento. L'Alberti sostiene che il suo prodotto sarà imbattibile perché confezionato all'insegna del noce sacro al mitico Wothan. Che facevano i guerrieri longobardi per acquistare l'invincibilità? Sacrificavano a Wothan un caprone, ne sospendevano la pelle al noce, quindi saltavano in groppa ai cavalli ed iniziavano un galoppo serrato intorno all'albero, scoccando frecce sulla pelle dell'animale, fino a ridurla in minutissimi brandelli. Indi ne mangiavano non uno, ma più pezzettini, perché ritenevano di acquistare coraggio e valore in battaglia ed ottenere quello che volevano (8). Da buon intenditore il Ministro di Polizia del Regno di Napoli, capisce che Alberti non si tocca (9): è molto simpatico al Delegato Apostolico Agnelli e Monsignore è uno che ottiene ciò che vuole. Il Ministro è tuttavia dispettoso e proclive alle ritorsioni. Ordinerà di perquisire tutte le persone che vengono da Benevento, nessuna eccettuata; se ci vuole il passaporto per entrare in Benevento, ci vuole parimenti il passaporto per uscirne. Bel guaio per il Ducato pontificio, così minuscolo in estensione, comprendente la città fino all'Epitaffio, S. Angelo a Cupolo, S. Leucio e Bagnara, imbottigliato com'è tra le province napoletane! A causa di Alberti, si bloccano le comunicazioni e i commerci. Da Apice e da Paduli che sono all'estero in quanto compresi in Principato Ultra (Avellino), i genitori non possono andare a trovare i figli al Seminario; i preti non possono andare in Curia dal Cardinale Arcivescovo; i contadini di S. Giorgio la Montagna (attualmente del Sannio), non possono venire a vendere gli ortaggi in città. E' tale il coro delle proteste, che i giudici di Paduli, Montefusco e S. Giorgio, se ne fanno portavoce presso l'intendente di Avellino (10). Il 10 luglio 1860 il passaporto indispensabile per gli abbienti viene sostituito da una carta di passaggio valida per sei mesi solo per i pastori, braccianti agricoli ed erbivendoli. (Costo del documento: grana 5). Nonostante i posti di blocco e le perquisizioni alle persone, i dirigenti dei comitati di "Ordine" ed "Azione" di Napoli, ricevono l'elenco degli uomini disponibili per la rivoluzione. Ciò avviene con i più impensati stratagemmi; si presta a fare da portaordini una giovane cospiratrice beneventana: Maria Pacifico Rampone. Nasconde i messaggi a lei affidati nella fodera della cuffietta che porta in testa, ben stretta. Nessuno individua in questa fragile donna dall'aspetto sofferente (morirà prematuramente a ventiquattro anni non ancora compiuti), la moglie di Salvatore Rampone il capo del Comitato Unitario insurrezionale (11). Giuseppe De Marco ha già organizzato in compagnie i simpatizzanti per il nuovo ordine nei comuni di Vitulano, Foglianise, Cautano, Tocco Caudio, Paupisi e Torrecuso, chiamandoli Cacciatori Irpini o della Valle Vitulanese (12). Francesco De Sanctis, giustamente fiero che essi nativi di Principato Ultra, hanno costituito tra il 1859-1860 il primo corpo dei volontari Garibaldini nell'Italia Meridionale, preferisce chiamarli Cacciatori Irpini e si adopererà presso Garibaldi il 4 ottobre 1860 perché ricevano con questo nome il riconoscimento definitivo (13). Il contingente assomma a seicento uomini in quanto alla chiamata alle armi di Giuseppe De Marco in nome di Garibaldi, hanno aderito altri dei comuni di Circello, Reino, Molinara, Paduli, Pietrelcina, Colle, S. Marco dei Cavoti, S. Giorgio la Molara, Pescolamazza (14). Inoltre il ceto nobile che aveva riconfermato la sua fedeltà a Pio IX dopo i plebisciti dell'Italia centrale, mette a disposizione dei fondi atti ad assicurare il mantenimento di 200 uomini armati per quaranta giorni di guerriglia. E' stato persuaso a ciò dai marchesi De Simone, Pacca e Tomaselli, amici del De Marco (15). Al totale di 800 volontari si aggiunge la compagnia beneventana, forte di 102 uomini (16). Di concerto con i comitati di Avellino e Campobasso si studia il piano d'attacco. La legione del Matese proveniente da Piedimonte d'Alife, al segnale convenuto dovrà portarsi a Torre Palazzo della Chiesa ai confini con il Regno di Napoli alla masseria del marchese don Salvatore Mosti, nel fondo tenuto in fitto da Giovanni Caporaso di Vitulano, per unirsi ai cacciatori irpini (17). Frattanto i volontari di Nola, Mercogliano ed Avellino, posti a maggiore distanza, in due tappe si avvicineranno a Benevento facendo sosta a Montefusco prima, ad Ariano dopo (18). Salvatore Rampone al centro con la compagnia beneventana, interverrà per assediare la città. Si contano gli uomini dall'una e dall'altra parte ed è curioso che Monsignor Agnelli tiri le somme con lo stesso risultato. Tenuto conto che all'ultimo momento entreranno in azione spinti dall'entusiasmo i civili non ancora organizzati militarmente in quadri, ci saranno a Benevento non meno di 3.000 uomini, di cui certamente duemila resteranno a guardia della città per difendere le nuove Istituzioni e mille andranno ad ingrossare le fila dell'esercito garibaldino (19). L'intendente borbonico di Avellino si spaventa a morte; Monsignor Agnelli energico quanto mai, ha tollerato che il 26 di luglio alcuni giovani percorressero le strade di Benevento al grido di "Viva Vittorio Emanuele II e Garibaldi, Viva l'annessione al Piemonte" ed addirittura ripetessero la manifestazione la sera, con la banda in testa (20). L'imperturbabilità di Monsignor non significa niente di buono. Egli si aspetta che molti soldati pontifici alle sue dipendenze, provenienti dal Lazio, Umbria e Romagna, terre già liberate, si schierino dalla parte dei rivoluzionari. Ha tutta l'aria di conoscere i nomi di coloro che li inciteranno a far ciò: Domenico Mutarelli, Francesco De Cillis, Angelo Cenicola (21). L'ipotesi puntualmente si verifica; invano 1'intendente di Avellino spedisce due compagnie del 100 reggimento di linea ai confini del Ducato per indurre i soldati papalini a desistere dal loro proposito (22). Quelli del Comitato di Napoli, preoccupatissimi scrivono a Benevento di non dare troppo all'occhio. Già De Marco si è messo in vista e rischia di compromettere tutto sul più bello. Senonchè Salvatore Rampone il 15 agosto fa una proposta: "Se vi assicuro che con l'aiuto di mio fratello Pietro, comandante della legione beneventana, libero la città prima dell'arrivo di Garibaldi, mi promettete in cambio di riconoscerla capoluogo di provincia?". La risposta è affermativa. Monsignore Agnelli lo viene a sapere e non mette in dubbio la serietà dei propositi di Salvatore Rampone. Quale buon conoscitore di uomini, sa che De Marco è lento e disarticolato nei movimenti; non potrà chiamare a raccolta in un batter d'occhio tutti i paesi del Vitulanese; non sarà improbabile che la legione del Matese, poco pratica dei luoghi sbaglierà strada o ponte impiegando più tempo del necessario per concentrarsi a Torre Palazzo della Chiesa (23). Quel Rampone, rivoluzionario puro e disinteressato è capace di tutto, di uscire anche da casa disarmato per avviarsi al Castello. A coloro che incontrerà per la strada, risponderà se glielo domanderanno dove va; va dal Delegato a dichiarare decaduto il potere temporale del Papa a Benevento. Gli si metteranno tutti dietro e senza armi, invaderanno la Rocca ed egli non potrà neppure ordinare un simulacro di difesa, perché non se la sentirà di sparare su persone inermi. Se andrà così, nota l'intendente di Avellino, questo significherà accelerare la fuga di Francesco II da Napoli, imprimere un più rapido sviluppo negli avvenimenti (24). Esatto, risponde monsignore Delegato; come non l'aveva capito? Rampone vuole che nasca una provincia, senza spargimento di sangue. Ancora una volta l'illustre prelato ha compreso la situazione. Gli informatori dicono che Giorgio Haetzel e Vincenzo D'Ambrosio da Montesarchio non saranno pronti prima del 4 settembre, anche perché obbligati ad aspettare una colonna in arrivo da Altavilla Irpina. Raffaele Procaccini da Cantano non può in breve tempo raccogliere gli uomini di Apollosa, Castelpoto, Campoli, Tocco Caudio ed Airola. Nicola De Luca non è in grado di far arrivare, per ragioni di viabilità da un momento all'altro i volontari da Campobasso, Mirabella e Cercemaggiore (25). Invece la compagnia beneventana è già concentrata a Porta Rufina nella taverna di Giuseppe Bonanni. Il comandante della gerdarmeria sconsiglia la difesa. Come scontato, Salvatore Rampone arriva; chiede di essere ricevuto e di poter conferire con il delegato: dice di essere il capo del governo provvisorio; illustra l'inutilità dello scontro chiedendo che depongano le armi le due compagnie di soldati e gli altri di guarnigione. Monsignor Agnelli aderisce alla richiesta, limitandosi alla protesta di prammatica. In due ore lascerà il palazzo apostolico; nel mentre i domestici preparano i bagagli e i funzionari sigillano i documenti riservati che il Delegato porterà con sé a Roma, il marchese De Simone si offre di ospitarlo a casa sua. E' una saggia soluzione. Monsignor Agnelli non può mettere in difficoltà il Cardinale Domenico Carafa arcivescovo; dovrebbe attraversare le vie della città affollate da manifestanti all'unità d'Italia. Il palazzo De Simone, attualmente sede del collegio "La Salle" e invece vicinissimo alla Rocca e lo sottrae alla curiosità generale. L'indomani sul far del mattino Monsignor Edoardo Agnelli parte definitivamente da Benevento; al ponte di S. Maria della Libera lo attendono i soldati del nuovo Regno per rendergli gli onori militari. Con un lieve cenno del capo ringrazia, portando la mano al cappello, controllato nelle emozioni e lucido come sempre. Dà l'addio ad un gioiello di amministrazione; Salvatore Rampone onesto nella sua dirittura morale, è impegnato a far stilare meticolosi elenchi delle cose e delle proprietà apostoliche. Quale patriota generoso, è stato utilizzato nell'impeto e nell'attacco della prima ora, ma è personaggio scomodo per i brogli e le malversazioni che altri vorranno fare. La rivoluzione diventerà presto classista e lo metterà subito da parte. Proprio così. Solo ieri a mezzogiorno del 3 settembre 1860, a rivoluzione beneventana conclusa, è arrivato Giuseppe De Marco con i cacciatori irpini e i legionari del Matese, con un buon numero di fucili presi a Grottaminarda (26) e con 3.000 cartucce inviate precedentemente a lui da Rampone. E' passato attraverso Porta Calore, l'arco di S. Gennaro, per il Duomo, davanti al Castello, prendendosi gli applausi, prima di andare ad acquartierarsi al collegio dei Gesuiti sulla Pace Vecchia. Nel pomeriggio gran festa a piazza Orsini; finalmente riuniti i soldati della Compagnia beneventana ai Cacciatori irpini e ai legionari del Matese, di fronte alla cittadinanza, presentando le armi, hanno proclamato ufficialmente il Governo provvisorio. Questo, messosi subito al lavoro, procede all'inventario delle suppellettili e chiede all'Amministrazione Camerale Apostolica il rendiconto delle somme giacenti in cassa; il contabile Saverio Petrosini, in assenza dell'amministratore Tinelli, rilascia il seguente attestato (27) :

Eccellentissimo Signor Presidente

del Governo Provvisorio

Pregiomi dichiararle che, eseguiti alcuni pagamenti, qui annotati, in cassa trovansi le seguenti somme:

In rame ducati dugentottanta 280,00

In argento ducati trecentocinquanta 350,00

In fede ducati cento 100,00

In uno ducati settecentotrenta 730,00

(La detta somma è pari a quella di lire 3.102,50).

Esistono pure i seguenti crediti:

1) Debito del Cursore Giuseppe Marsullo, ducati 237,19;

2) Vers. del sig. Girolamo Martini per tasse di macinato, ed altro non eseguito;

3)Versamento del signor marchese Giuseppe Pacca non eseguito.

Benevento, 5 settembre 1860.

f.to: SAVERIO PETROSINI

Petrosini invece teneva in cassa altri 10.000 ducati; aveva avuto dal Tinelli l'incarico di nasconderli e di spedirli a Roma al più presto con un messo fidato. Nessun contrattacco borbonico si fa; De Marco marcia su Paduli e non a voce, ma per iscritto da qui raccomanda a Rampone - in data 6 settembre 1860 - di proclamare lo Statuto piemontese con la legge della Guardia Nazionale e Municipale; nel contempo dà le dimissioni da membro del Governo provvisorio (28). Viene immediatamente imitato dal marchese Giovanni De Simone e da Gennaro Collenea; dei sei membri rimangono solo in tre: Salvatore Rampone con funzioni di Presidente Domenico Mutarelli_e Nicola Vessichelli; con i giorni contati, a firmare gli atti. Ce n'è da firmare parecchi e con nuova dicitura "In Nome di Vittorio Emanuele Re d'Italia - Dittatore Garibaldi!". Il consiglio di Governo, costituito per dare parere consultivo, comincia a creare le prime difficoltà. Risulta composto da: Bosco Lucarelli Giovanni, Mosti Raffaele, Mozzilli Francesco, Palmieri Raffaele, De Rosa Pietro, De Simone Giuseppe, Torre Carlo, Tomaselli Luigi, Ventura Domenico, Zoppoli Antonio. Qualcuno fa addirittura la fronda. Il nuovo consiglio Comunale detto Decurionato si riunisce in prima seduta il 6 settembre. I componenti sono: l'avvocato Carlo Bessogni, Raffaele Collenea, l'avv. Paolo Capilongo, l'avv. Raffaele De Caro, Raffaele Guardiano, Biagio Isernia, l'avv. Giuseppe Manciotti, Carlo Pellegrini, Pietro De Rosa, il dr. Angelantonio Rossi, Pietro Rampone, il dr. Francesco Schinosi, il dr. Francesco Saverio Zazo, Giacomo Ventura (29). Entro due giorni dovrà con votazione segreta designare il sindaco che risulterà eletto nella persona di Pietro De Rosa. Intanto si applica la legge della Guardia Nazionale che è chiamata a tutelare la vita, l'onore e la proprietà dei cittadini. Ne fanno parte i cittadini dai 18 ai 60 anni, purché non siano stati condannati per delitti infamanti; ne sono esclusi gli operai giornalieri e i braccianti o coloro chee esercitano mestieri sorditi ed abietti. Garibaldi arriva a Napoli il 7 settembre; due giorni Rampone con la moglie Maria Pacifico e Vessichelli, alla testa di una deputazione di cittadini si porta nella città partenopea per fare atto di adesione alla dittatura del Generale e per presentare alla sua approvazione la pianta topografica di Benevento che ha elaborato il geometra Francesco Mozzilli. Nel tenimento è compreso Ariano Irpino come capoluogo di circondano. Garibaldi accetta ed approva la circoscrizione; è in procinto di partire per Capua e non vuole lasciare dietro di sé un Governo Provvisorio a Benevento; è tempo di nominare il Governatore; chiama perciò il segretario generale Bertani per provvedervi. Nicola Vessichelli invece lo invita a soprassedere e ad attendere la designazione che i beneventani presenteranno per iscritto. Perplesso e un po' spazientito per tanta formalità, convinto che a primo governatore di Benevento, sarà indicato Rampone, Garibaldi si dichiara disposto ad aspettare ancora. Intanto Rampone accompagna il Turr ad Avellino, seriamente minacciata dalla reazione che i borbonici hanno suscitato a Montemiletto. Quando torna a Benevento, scopre che molti componenti del Consiglio Comunale si sono schierati apertamente dalla parte del conte Carlo Torre, e questi manovrando gli amici marchese Casanova e Ferdinando Pandola presso il quartiere generale di Garibaldi, si è fatto nominare dal Bertani, governatore di Benevento. Una deputazione di beneventani si precipita a Napoli per ottenere la revoca; imbarazzato il Bertani assicura che per il momento non manderà Torre a raggiungere la sede ed informerà Garibaldi. Lo scontro Rampone - Torre avviene oltre che sul piano personale, anche su quello politico, giacché Rampone è il capo riconosciuto del partito democratico, l'altro di quello moderato. Le sezioni del partito democratico si mettono in agitazione ed insieme con quelle di S. Angelo a Cupolo e S. Leucio, inscenano una dimostrazione al rullo dei tamburi. I beneventani si riversano per le strade ed acclamano Rampone. "Siete pronti ad affermare che volete Rampone primo governatore?" "Certo, se lo merita. È stato lui ad occupare per primo la città!". "Lo volete dichiarare per iscritto? Certo!" I democratici chiamano i notari Bartolomeo Mazziotta, Tommaso ed Antonio Bruno; poiché è impossibile far entrare tanta gente nel loro studio, pregano i notari di redigere gli atti e le dichiarazioni in piazza. I professionisti si portano al largo Castello, S. Sofia, S. Domenico, del Gesù, S. Caterina, delle Dogane, Duomo, Orsini, al cortile del palazzo Comunale, a Porta Rufina. Dovunque registrano la stessa frase di assenso "Vogliamo il signor Salvatore Rampone, che per noi ha faticato", in data 25 settembre 1860. Malauguratamente i fautori di Rampone sono scesi in piazza con le armi e di questa circostanza si avvale Carlo Torre per informare Garibaldi che a Benevento è scoppiata la reazione. Bertani spedisce a Benevento il colonnello garibaldino Vincenzo Bentivegna investito dei più ampi poteri, alla guida di 300 uomini: i Cacciatori dell'Etna. Il colonnello si serve della ferrovia per spostarsi da Napoli a Cancello, di qui il 27 settembre marcia su Benevento. Una rappresentanza del Governo Provvisorio gli va incontro, ma egli con modi bruschi licenzia tutti; pone la città nello stato di assedio, obbliga tutti a consegnare le armi; arresta i capisezione del partito democratico Campanella, Ricci, Zanchelli, Varricchio; fa eseguire perquisizioni domiciliari. Bertani ha portato con sé Fra' Giovanni Pantaleo, siciliano dell'ordine dei francescani e cappellano di Garibaldi. Fra' Pantaleo chiede al Cardinale Carafa il permesso di predicare in Duomo ed offeso dal rifiuto dell'arcivescovo, cui è noto per la stravaganza del comportamento, induce il Colonnello Bentivegna ad allontanarlo brutalmente dalla sede nello spazio di due ore. Il Cardinale sarà intrattenuto per alcuni giorni dal governo della Dittatura a Napoli; rimesso in libertà sarà allontanato dalle province meridionali ed obbligato a scegliere tra le due sedi di residenza: l'estero o Roma. Preferirà optare per Roma. Fra' Pantaleo alle 11 del mattino del 28 settembre tiene un discorso in piazza Orsini; invita i beneventani a ricordarsi dell'indipendenza e liberalità degli avi, della gloria sublime della Patria, ottenebrata, ma non spenta "dal secolare faraonico dispotismo del Pretino Governo". Li esorta a guardarsi dai consigli dei moderati che "opponendosi al progresso non fanno che favorire il regresso e condurre dall'inerzia al torpore, dal torpore al letargo e dal letargo alla morte" (30). Gli astanti, passando da meraviglia in meraviglia, capiscono che non la pensa in modo identico al Bertani e lo applaudono perché parla male dei moderati. La sera dello stesso giorno, sono invitati per altre allocuzioni e vanno in massa; curiosi di sapere se sparerà a zero come il mattino. Invece fa proposta più concreta; invita la classe operaia a costituirsi in Società Operaia; apre una sottoscrizione; raccoglie 200 firme di soci effettivi, molte altre di soci onorari. Della sua venuta a Benevento, sopravvive la Società Operaia di cui illustrò i vantaggi Prima di partire, ripiombò nelle sue bizzarrie; fece dono al sindaco Pietro De Rosa di alcuni capelli del generale, di alcune conchiglie e coralli di Caprera. Si ignora quale fine abbiano fatto le reliquie. Chi ancora non parte per il momento, è il colonnello Bentivegna che nomina una Commissione d'inchiesta sugli atti del Governo Provvisorio, composta dall' avv. Paolo Capilongo presidente, dall'avv. Giovanni Bosco Lucarelli, dall'avv. Emanuele Manciotti, dall'avv. Giovanni di Giovanni componenti, e da Bartolomeo Vitagliano segretario. Il vero unico imputato è Salvatore Rampone, accusato di essersi impossessato di 10.000 ducati della cassa apostolica, quando essi arrivati a Roma lì erano, ben custoditi dal Tinelli per conto del Papa. Di che è colpevole? Di aver forse disposto come Garibaldi chiedeva da Napoli il 7 settembre, le iscrizioni dei volontari e d'aver all'uopo destinato per le operazioni una stanza terrena nel Palazzo Comunale? Di aver impresso un ritmo più dinamico agli affari, diminuendo le tasse di registrazione ? (31). Il giornale "Iride" che si stampa a Napoli, sforna articoli sempre più infamanti contro i democratici di Benevento, accusati di aver sfruttato la rivoluzione per farsi un feudo. I documenti esibiti da Rampone, attestano al contrario le rendite del Collegio Gesuitico maturate e non esatte dal Governo Provvisorio; gli inventari delle suppellettili del Palazzo apostolico dicono che non manca niente; non è stato preso neppure un sigaro dal suo magazzino dei tabacchi; con l'elenco minuzioso, ci sono tutti i libri e le pergamene della biblioteca dei Gesuiti. L'inchiesta come tutte le inchieste fondate sulle false accuse, si chiude con un nulla di fatto per Salvatore Rampone. Il colonnello Bentivegna continua ad usare la mano forte. E' impressionato per la reazione borbonica del 14 settembre 1860 avvenuta a Fragneto L'Abate, poi a S. Giorgio la Molara ove i contadini cercarono di prendere possesso delle terre del principe di S. Antimo. Meno male che in tutte quelle occasioni, era intervenuto Giuseppe De Marco contro i banditi! Solo a Molinara non era potuto andare Giuseppe De Marco per reprimere la reazione e contro i "cafoni" di Pago Veiano che volevano occupare il feudo di Ferraloggia il 18 settembre 1860. Perché? Era impegnato a reprimere una reazione più grande ad Ariano. "Ci vuole lo stato di assedio contro questi briganti, dice De Marco". E quale uomo lo dice! Colui che fra il 6 e l' 8 settembre 1860 con i Cacciatori irpini, la Compagnia beneventana, quella del Matese, di Valle Caudina e Campobasso, per un totale di 1.500 uomini, si è messo a marciare su Principato Ultra da Paduli per redimere in nome di Vittorio Emanuele II Grottaminarda e Ariano! Ad Ariano, fortuna che c'è De Marco, "che chiede maggiori e più assoluti poteri tali da atterrire i malintenzionati e stabilire fermamente l'ordine pubblico" (32). Di notte sui muri delle case sono comparse le scritte: "Cittadini, gridate Viva Francesco II e morte all'usurpatore Garibaldi - Cittadini, gridate viva Francesco II e non temete". Meglio quindi correre ai ripari ed emanare un ORDINE DEL GIORNO. I tempi sono maturi per chiedere l'insediamento del Governatore. Il colonnello Bentivegna chiama il conte Carlo Torre a Benevento il 5 ottobre 1860. Lo ricevono a Porta Rufina con la banda; gli operai del Mulino Rummo e i facchini della Dogana; per volere dei datori di lavoro, gli fanno festa, gli staccano i cavalli dalla carrozza, lo portano in trionfo. Carlo Torre quale esponente del partito d'ordine, può impunemente esercitare il disordine amministrativo, inaugurare una politica clientelare dispensando posti a suo piacimento a chi è notoriamente indicato come spia, sopprimere i conventi in novembre senza regolare procedimento, disinteressarsi delle suppellettili e degli arredi del Palazzo apostolico. Tutto va disperso; nessuno propone un'inchiesta per accertare dove sia andata a finire la roba che prima c'era. Rampone che è rimasto a Benevento per contrastarne l'ascesa, in questi giorni preso dall'impegno politico di lotta, non va a raccogliere le spoglie del fratello Pietro. Il comandante della legione beneventana, muore a 27 anni a Pettoranello di Molise, nello scontro contro borbonici e reazionari il 17 ottobre 1860. Un superstite della battaglia, Domizio Tagliaferri da Boiano racconta che andò all'attacco e fu ferito al petto e al collo; non poteva parlare ed agitava le mani per chiedere soccorso, mentre nessuno si curava di lui. Tutto lo scontro, era stato un disastro, perché il colonnello Nullo contravvenendo all'ordine di Garibaldi di non muoversi dalla posizione fino al 20 ottobre, finché non fosse sceso dal monte Macerone il generale Cialdini in modo da incastrare tra i due fuochi i reazionari, aveva mandato all'attacco gli uomini, dicendo che sarebbe presto ritornato con rinforzi ed armi ed invece si era dato alla fuga verso Boiano. Duecento furono i morti e se della compagnia beneventana molti si salvarono, fu grazie al fuoco di difesa della compagnia romana, costituita dai disertori papalini dl Monsignor Agnelli. Quando Salvatore Rampone andò a cercare tra le rocce di Castelpetroso a Pettorano la salma del fratello, non la trovò più. E di questo non si dette mai pace, fino alla morte……….. La provincia promessa, il 21 ottobre 1860 si unisce al Regno d'Italia; i cittadini in plebiscito vanno a deporre il voto nell'atrio del Convento dei Gesuiti, ora sede del Convitto Nazionale. Il 25 ottobre 1860 Carlo Torre la fa nascere male; esclude Ariano come capoluogo di Circondano, per includere il tenimento di S. Bartolomeo in Galdo ai confini con la Puglia, con grande disguido per l'Amministrazione, i commerci, gli interessi generali. Se per lui va bene così, va bene per le apposite commissioni di studio, per il Dicastero dell'Interno ed infine il decreto del Luogotenente conferma. Ogni provincia dell'Italia Meridionale, nasce all'insegna di identica sopraffazione. Si fa interprete dell'unanime riprovazione, Francesco II con un PROCLAMA REALE(33). Con decreto datato 17 febbraio 1861, le provincie dell'ex Regno Napoletano sono obbligate a cedere parte del loro territorio a favore della istituenda provincia di Benevento. Principato Ultra rinuncia a Vitulano, Montesarchio, S. Giorgio la Montagna, Arpaise e Ceppaloni. Molise rinunzia a Pontelandolfo, Morcone, S. Croce di Morcone, Colle, Baselice. Terra di Lavoro rinuncia a Cerreto, Cusano, Guardia Sanframondi, Solopaca, Airola, S. Agata dei Goti. Capitanata rinunzia a S. Bartolomeo in Galdo e Castelfranco. Benevento una delle più piccole province del Regno italiano, ma in compenso di I classe, viene divisa in tre circondari così distinti: 1) Benevento con Vitulano, Montesarchio, Arola, S. Giorgio la Montagna, Pescolamazza, Paduli, Arpaise e Ceppaloni. 2) Cerreto con Cusano, Guardia Sanframondi, Pontelandolfo, Morcone, Solopaca, S. Agata dei Goti. 3) S. Bartolomeo in Galdo con S. Croce di Morcone, S. Giorgio la Molara, Baselice, Colle, Castelfranco.

Note

1. Come da piccoli fogli a stampa affissi ai muri della città. Uno di questi fogli, si conserva nella raccolta di Avvisi e proclami nel Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento.

2. Cfr. l'articolo di Ernesto Sestan: L'Italia nell'Età Feudale, in Questioni di storia medioevale, Milano, Marzorati, pp. 77-127.

3. La rivoluzione delle frasche del 2 novembre 1855 è stata illustrata con molti particolari da Antonio Mellusi nell'opera - L'origine della provincia di Benevento - Benevento - De Martini, 1911.

4. Furono arrestati quali animatori della Rivoluzione delle frasche, per disposizione di Monsignor Agnelli: Michele Cosentini, Giuseppe Pastore, Angelo Maria De Longis, Antonio e Raffaele Lamparelli, Tommaso Campanella, cfr. Mellusi, op. cit.

5. 11 e 12 marzo 1860.

6. Aprile 1860.

7. Archivio di Stato Napoli Ministero Polizia, fascio 1058: Vigilanza politica sulla corrispondenza postale sui viaggiatori in Benevento e in Principato Ultra, marzo-agosto 1860. Cfr. A. Zazo: Dizionario Bio-bibliografico del Sannio, Napoli, Fiorentino, 1973, Voce Alberti Giuseppe, pp. 4-5.

8. Giuseppe Alberti ottenne quanto si era prefisso, pubblicizzando nella competizione dei mercati il liquore Strega fino a renderlo il più venduto, inimitabile.

9. Giuseppe Alberti aveva la rara dote di manifestare le sue idee, senza inasprire gli avversari che finivano anzi per diventare con spontanea naturalezza, i suoi più disinteressati difensori. Di tutti i nipoti, ha ereditato il senso fiducioso nella vita e nelle iniziative, Guido Alberti, il fondatore del Premio Letterario Strega. A Maria Bellonci spaventata dalle immancabili polemiche suscitate dagli esclusi (dato il prestigio connesso alla notorietà del riconoscimento pari al Goncourt e Pulitzer), ripete di non badare ai "rancorosi". E' merito del premio essere invidiato.

10. Cfr. Samnium, 1860, N. 1-2, pp. 96-97.

11. Samnium 1961, N. 3-4, pp. 222-223.

12. Come da documento esistente presso l'Archivio De Marco e pubblicato da Zazo in Appendice all'opera: Il Sannio nella rivoluzione del 1860. I cacciatori irpini, Benevento, Cooperativa tipografi.

13. Come da nota precedente.

14. Zazo, opera cit., da pag. 167 a pag. 180.

15. Come da documenti esistenti presso l'Archivio De Marco, riportati da Zazo, op. cit.

16. Rampone: Memorie politiche di Benevento dalla rivoluzione del 1799 alla rivoluzione del 1860, Benevento, D'Alessandro, 1899, alle pp. 120-123 è riportato l'elenco dei componenti la Compagnia beneventana.

17. Cfr. Mellusi: L'origine della Provincia di Benevento, Benevento, De Martini, 1911, pag. 36 e seg. G. Petella: La legione del Matese durante e dopo l'epopea garibaldina, Città di Castello, Lapi, 1910.

18. Così riporta il Pateras nell'opera: L'insurrezione nella Campania, nel Sannio e negli Abruzzi nel 1860, Napoli, 1862.

19. Archivio di Stato Napoli Ministero Polizia, fascio 1085.

20. Archivio di Stato Napoli Ministero Polizia, fascio 1072.

21. Archivio di Stato Napoli Ministero Polizia, fascio 1086, fascicolo 21

22. Archivio di Stato Napoli Ministero Polizia, fascio 1072.

23. Cfr.: L'origine della provincia di Benevento di Antonio Mellusi, Benevento, De Martini, 1911, pp. 29 e 36.

24. Salvatore Rampone aveva intuito sin dai primi di agosto il ruolo che avrebbe giocato l'insurrezione a Benevento nell'avanzata di Garibaldi su Salerno e Napoli e perciò in contraccambio aveva negoziato il riconoscimento di Benevento a Capoluogo di Provincia con il Comitato Centrale di Napoli.

25. Cfr. T. Pateras: L'insurrezione nella Campania, nel Sannio e negli Abruzzi nel 1860, Napoli, 1862.

26. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento - Comune Benevento - fascio 3. Archivio di Stato Napoli Ministero Polizia, fascio 1085.

27. Rampone: Memorie politiche di Benevento dalla rivoluzione del 1799 alla rivoluzione del 1860, Benevento, D'Alessandro, 1899, pp. 164 e seg.

28. Cfr. Rampone, op. cit., pag. 118. Archivio De Marco, Lettera al Tomaselli in data 7 settembre 1860. Cfr. Zazo, op. cit., N. 23 del giornale "La Nuova Italia", Napoli, li settembre, 1860.

29. Cfr. Rampone, op. cit., pag. 112.

30. Museo Biblioteca Archivio Storico del Sannio Benevento, Fondo Capasso Torre, Carte della provincia di Benevento, cart. 14. Comunicato su Fra' Pantaleo in Benevento.

31. Cfr; Rampone, op. cit., pagg. 116-117. Le tasse di registrazione furono così fissate dal Governo Provvisorio: per atti pubblici grana 80, per contratti non eccedenti il valore di 100 ducati grana 20 e così pure per atti privati; per atti giudiziali in 1° grado del valore di 100 ducati grana 50, per sentenze interlocutorie grana 25. Le tasse erano raddoppiate per procedimenti in 2°grado. Il diritto di archivio per atti pubblici era in ragione di grana 10.

32. Attestato di Giuseppe De Blasiis conservato nell'Archivio De Marco e riportato da Zazo, op. cit.

33. Archivio di Stato Napoli, Alta Polizia - fascio 179. 

COSTITUZIONE DELLA PROVINCIA

DI BENEVENTO

Pubblicazione a cura dell'Amministrazione Provinciale di Benevento in occasione del Convegno di Studi "la podestà statutaria e la nuova Provincia nella realtà meridionale" Sala Consiliare - Rocca dei Rettori - Benevento - 10 - XI - 1990

Chiusa nella cerchia delle sua mura, che ancor ne attestavano il glorioso passato di capitale d'un potente ducato longobardo, Benevento costituisce agli albori dell'unità d'Italia un caso del tutto unico e singolare, per niente assimilabile nelle sue vicende alle restanti città del Mezzogiorno continentale. Aggregata sin dalla seconda metà del secolo XI al Patrimonio di S. Pietro, essa appariva ormai ridotta a semplice capoluogo d'una minuscola enclave pontificia, il cui esiguo territorio comprendeva oltre alla città solo gli odierni comuni di S. Leucio del Sannio e S. Angelo a Cupolo (con una popolazione complessiva nel 1860 di appena 25.033 abitanti). Costretta com'era entro il territorio del Regno di Napoli (che più volte e con alterna fortuna ne aveva tentato l'annessione) e più propriamente nel cuore del Principato Ultra, Benevento conduceva allora una vita paciosa e sonnolenta, al riparo da rilevanti preoccupazioni economiche e perciò sostanzialmente "fedele" al governo temporale della Chiesa romana, che di tale tranquillità era stata e continuava a essere garante. I suoi trascorsi libertari invero erano stati frutto più di pressioni e contingenze esterne (borboniche, giacobine, francesi) che di una sentita aspirazione interna. Pochi, come in passato, vi erano gli insofferenti del dominio papale: qualche rappresentante isolato della nobiltà con interessi politici ed economici gravitanti prevalentemente su Napoli; un ristrettissimo gruppo di borghesi legati per tradizione familiare all'esperienza del decennio francese o formatisi agli ideali mazziniani e giobertiani. E' opera di questi pochi, anzi dei pochissimi repubblicani mazziniani che avevano il loro capo in Salvatore Rampone, fu l'incruenta "rivoluzione" del 3 settembre 1860. Il progredire incontrastato della spedizione garibaldina sul territorio continentale fu la scintilla di quella rivoluzione. In collaborazione col comitato vitulanese e sollecitato all'azione dal Comitato rivoluzionario napoletano, il Rampone seguito da un centinaio di cittadini beneventani marciò sulla Rocca Pontificia e, occupatala senza colpo ferire, ne intimò lo sfratto al delegato stesso presieduto. Il primo atto ufficiale di quel governo fu l'emanazione di un decreto, recante la data del 4 settembre, con cui "in nome di Vittorio Emanuele re d'Italia" e del "dittatore Garibaldi" si dichiarò formalmente "decaduto il Governo Pontificio". E nell'intitolazione dello stesso decreto compariva per la prima volta la menzione di "Provincia di Benevento", d'una provincia che al momento non poteva - ovviamente - non esser limitata al solo territorio della soppressa delegazione. La costituzione d'una provincia con capoluogo Benevento era stata promessa al Rampone dal Comitato unitario di Napoli sin dal precedente 15 agosto. E la stessa promessa fu personalmente ribadita da Garibaldi e a lui e a Nicola Vessichelli, che la sera del 9 settembre s'erano recati in Napoli a rendere omaggio al dittatore vittorioso. Si poneva dunque il problema di creare dal nulla una nuova provincia. E se era chiaro a tutti che ciò si sarebbe dovuto fare aggregando a Benevento territori già appartenenti alle contermini province dell'ex Regno di Napoli, non era tuttavia altrettanto chiaro quali sarebbero dovuti essere tali territori. La riprova d'una simile incertezza ci viene da una lettera del 1l settembre, con cui il Rampone sollecitò Domenico Mutarelli a fargli avere nel più breve tempo possibile una carta topografica del territorio beneventano e dei limitrofi circondari di Vitulano, Montesarchio, Cervinara, Altavilla, Montefusco, S.Giorgio la Montagna, Paduli, Pescolamazza "e anche Colle se fosse possibile", ricalcando così evidentemente i limiti - ma solo in parte - dell'antica struttura ecclesiastica della diocesi di Benevento. A tale richiesta seguì subito la realizzazione d'una "mappa corografica" (ancor oggi conservata presso il Museo del Sannio) da parte del geometra Francesco Mozzilli, che ne improntò il disegno a schemi di empirica semplicità: ponendosi Benevento al centro d'un ipotetico cerchio, "si stabiliva - come osserva il Mellusi - un raggio verso Ariano e verso Sant'Agata dei Goti, e quindi si descriveva una periferia, senz'altro studio di confini o d'interessi". Nel cerchio così ottenuto venivano a essere compresi, oltre a quelli già indicati dal Rampone, i circondari di S.Giorgio laMolara, Pontelandolfo, Morcone, Airola, Solopaca, Guardia Sanframondi, Cerreto, Ariano e Grottaminarda, con una prevista popolazione complessiva di 231.163 abitanti. Avvalendosi di questo pur rudimentale progetto, che il 27 settembre era stato fatto proprio dal neo governatore Carlo Torre (capo del partito moderato, che proprio in quel giorno era stato insediato nel suo ufficio ponendo fine al governo di coloro che "agognano alle orge invereconde ed ai saturnali deliri di turbe incomposte"), in data 25 ottobre 1860 il prodittatore Giorgio Pallavicino emanò da Napoli il decreto costitutivo della provincia di Benevento, di cui tuttavia riservò a una futura ''apposita legge'' la determinazione della ''nuova circoscrizione, nel fine di ampliarne il territorio proporzionatamente alle altre Provincie". Accolto con soddisfazione in Benevento, il decreto prodittatoriale consacrava di fatto la natura tutta "garibaldina" della neonata provincia, lasciandone per il momento insoluto il complesso problema circoscrizionale. Per ovviare a una simile lacuna e realizzare insieme il massimo consenso popolare, erano state avviate sin dal 14 ottobre apposite consultazioni nei comuni, di cui si ipotizzava l'aggregazione. Il successivo 13 novembre fu richiesta al governatore una nuova pianta topografica insieme con un "ragionato progetto" illustrativo, da sottoporsi all'esame d'una commissione incaricata per la circoscrizione territoriale della provincia di Benevento". Ricalcando in parte il precedente e uniformandosi alla medesima idea-guida della circoscrizione ecclesiastica, il richiesto progetto prevedeva in aggiunta all'elenco del 27 settembre l'ulteriore aggregazione di altri circondari: Piedimonte, Caiazzo, Cusano, Riccia, Baselice, S. Croce di Morcone, Montecalvo, Flumeri e Castelbaronia, in modo da ottenersi una popolazione complessiva di 326.108 anime. Esso fu accompagnato da una Memoria, che presupponeva Benevento come il "centro naturale" dei territori proposti per l'annessione sia perché questi erano tutti compresi nella "vasta diocesi di Benevento" o in altre pur sempre suffraganee, "come una gran famiglia religiosa attorno al comun Metropolita", sia perché i loro "popoli, erano da lungo tempo dimesticati ed interessati con Benevento per frequenza di traffichi e commerci. In base al nuovo progetto Torre, che tuttavia fu modificato e in parte integrato dalla commissione luogotenenziale, e su conseguente proposta di Liborio Romano, con suo decreto del 17 febbraio 1861, il luogotenente generale Eugenio di Savoia - Carignano promulgò quel che sarebbe stato il nuovo assetto circoscrizionale della provincia. Frutto di una accorta opera di mediazione per contrastanti interessi localistici, tale assetto dava finalmente vita a "una Provincia il meglio possibile terminata e configurata" (come ebbe ad affermare Liborio Romano). La novella circoscrizione fu realizzata ovviamente a spese delle provincie di Principato Ultra, Terra di Lavoro, Molise e Capitanata e comprese 20 circondari con 74 comuni (per una popolazione globale di 244.275 abitanti), ripartiti nei tre distretti di Benevento, Cerreto e S. Bartolomeo in Galdo: Benevento, Arpaise, Ceppaloni, S. Leucio, S. Angelo a Cupolo; Montesarchio, Apollosa, Bonea, Pannarano; Paduli, Apice, Buonalbergo; Pescolamazza, Fragneto l'Abate, Fragneto Monforte, Pago, Pietrelcina; S. Giorgio la Montagna, S. Martino Ave Gratia Plena, S. Nazzaro - Calvi, S. Nicola Manfredi; Vitulano, Campoli, Castelpoto, Cautano, Foglianise, Paupisi, Tocco Caudio, Torrecuso; Airola, Arpaia, Bucciano, Forchia, Moiano, Paolise; Cerreto, Faicchio, S. Lorenzo Minore; Cusano, Civitella, Pietraroia; Guardia Sanframondi, Amorosi, Castelvenere, S. Lorenzo Maggiore, S. Salvatore; Sant'Agata dei Goti, Durazzano, Limatola; Solopaca, Frasso, Melizzano - Dugenta; Baselice, Castelvetere, Foiano; Colle, Circello, Reino; Morcone, Campolattaro, Sassinoro; Pontelandolfo, Casalduni - Ponte, S. Lupo; S. Giorgio la Molara, Molinara, S. Marco dei Cavoti; S. Croce di Morcone, Castelpagano, Cercemaggiore; Castelfranco, Ginestra, Montefalcone; S. Bartolomeo in Galdo. La provincia di Benevento in tal modo era ormai una concreta realtà. Rimaneva ancora da affrontare, tuttavia, come rilevava il Torre nella notificazione del decreto, l'arduo compito di "affratellare" popolazioni tra se lontane e talora discordi per inveterate tradizioni civili e amministrative, "per guisa da costituire quella compattezza di morali e materiali rapporti nella quale sta la Provinciale autonomia". Ciò che mancava era proprio l'auspicato affratellamento. Il decreto luogotenenziale lasciava insoddisfatte non poche comunità locali: se da una parte infatti vanificava la volontà di aggregazione di comuni come Gambatesa o Tufara Valfortore e soprattutto Cervinara, Rotondi, S. Martino V.C., Roccabascerana, Chianche, Casalbore e Montemale (l'odierna S. Arcangelo Trimonte, che vedrà realizzata quella sua aspirazione a distanza di più d'un secolo), dall'altra suscitava invece un vivo dissenso in altri comuni e circondari, che avrebbero preferito continuare a far parte delle originarie provincie di appartenenza: Airola, Sant'Agata, Solopaca, Faicchio, Guardia, Pannarano, Sassinoro, Santa Croce, Cercemaggiore (unico comune, questo, di cui nel dicembre 1861 il Consiglio provinciale di Benevento riconobbe - riconoscimento veramente formale per allora! - la legittimità delle doglianze). Di questo dissenso approfittarono i deputati molisani, casertani, irpini e pugliesi, che il 15 aprile 1861, capeggiati da Beniamino Caso deputato di Piedimonte, presentarono una proposta di legge per far sospendere gli effetti del decreto luogotenenziale in attesa di una ridefinizione delle circoscrizioni provinciali nell'ambito dell' "organamento amministrativo generale del Regno". Tenacemente contrastata da Federico Torre e dalle autorità di governo, la proposta Caso fu respinta a larga maggioranza nella seduta parlamentare del 15 maggio e fu così definitivamente approvato l'assetto circoscrizionale varato col decreto del 17 febbraio. La decisione parlamentare del 15 maggio 1861 venne a concludere opportunamente la fase per così dire costituente della nuova provincia beneventana, consentendo di passare all'elezione e insediamento degli organismi rappresentativi, che avrebbero dovuto reggere le sorti delle nuove amministrazioni comunali e provinciali. E di lì a quattro giorni, il 19 maggio, si tennero le votazioni generali, da cui vennero eletti i quaranta componenti del primo Consiglio provinciale di Benevento, che avrebbero quindi eletto a loro presidente il cerretese Michele Ungaro.

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NASCITA DELLA PROVINCIA DI BENEVENTO

- problemi locali e nazionali -

di Mario Boscia

da: "GAZZETTA DI BENEVENTO" - vari numeri, anno1990

La nascita della Provincia Sannita osteggiata da quelle limitrofe

Particolarmente astiosa la protesta del Consiglio di Avellino

Anche la Provincia di Salerno si schierò contro la nascita di quella Sannita

La polemica fu con toni meno astiosi di quelli usati da Avellino

Anche Massari fu contro la nascita della Provincia Sannita nel Regno

La discussione su Benevento in Parlamento durò 43 giorni

Per Beniamino Caso il decreto luogotenenziale non rivestiva carattere d'urgenza

Una vera coalizione contro la nascita della Provincia Sannita

La pubblicazione del decreto luogotenenziale del 27 febbraio 1861 che determinò la nascita della nuova provincia di Benevento segnò non solo il traguardo di arrivo di un tormentoso iter burocratico, ma anche la nascita, l'avvio di un lungo dibattito che ebbe risvolti nelle sale consiliari delle cinque province depauperate di tutti quei territori che andarono ad accorparsi alla provincia di Benevento. Tra le cinque province, Capitanata, Molise, Principato Citra, Principato Ultra e Terra di Lavoro, quest'ultima fu quella che più sentitamente si oppose alla nascita della nuova provincia di Benevento. Il Consiglio Provinciale di Campobasso, il 14 settembre 1861, fu il primo a mettere sul tappeto la questione deplorando lo sconcio patito col distacco di cinque mandamenti nello scopo di dover fare la novella provincia beneventana. I cinque comuni interessati erano quelli di Pontelandolfo, Morcone, S.Croce del Sannio, Colle e Baselice. Il Presidente del Consiglio di Campobasso, d'accordo con molti consiglieri, proponeva di dotare l'antico ducato con i circondari di Cerreto e di Ariano unendo, in compenso, alla provincia di Avellino i circondari di Nola e di S. Angelo dei Lombardi. Tanto zelo nel suggerire altre soluzioni al decreto, per un nuovo assetto territoriale delle nostre zone, il Consiglio provinciale di Campobasso lo giustificava col fatto che mal sopportava la perdita di parte del suo territorio e mal gradiva l'annessione, in compensazione, del Circondano di Venafro. D'altronde quest'ultimo, a sua volta, lamentava la recente annessione a quel di Campobasso in quanto mal gradiva il freddo dominante di quelle zone. Adottando tale proposta la provincia di Molise poteva riavere i suoi cinque mandamenti perduti mentre quella di Avellino sarebbe stata opportunamente e competentemente compensata mediante l'annessione del Circondano di Nola in Terra di Lavoro che a sua volta non ne avrebbe risentito in quanto la sua esuberante popolazione e la vastità del suo territorio da molto facevano sentire il bisogno di una modificazione. L'Avellinese o Principato Ultra nella nuova suddivisione perdeva i Circondari di Vitulano, Montesarchio, Arpaise, Ceppaloni, S.Giorgio la Montagna, Paduli, Pescolamazza, S.Giorgio la Molara. Il Consiglio di Avellino quindi non fu da meno nell'elevare la sua protesta. Anzi per incarico del Comune, l'avvocato Nicola Montuori aveva compilato un opuscolo "Avellino e Benevento al cospetto d'italia" dalla cui vibrante dedica si arguisce quanto sia valido l'antico detto: "In amore e in guerra tutto è lecito !". Alla Città di Genova / La capitale del Principato Ulteriore / memore / che gli abitanti della provincia / hanno sangue e tradizioni / comune coi Liguri / dedica ed offre / perché innanzi al Parlamento Italiano i suoi Deputati / possano appoggiare le ragioni / che espone / e vieppiò raffermare i vincoli / dell'antica fratellanza. Pur di trovare sostenitori alle proprie asserzioni si rispolveravano fatti avvenuti parecchi secoli addietro, vantando vincoli di fratellanza sopiti ormai dal tempo. Comunque l'ampio dibattito che ne scaturì e al quale presero parte quasi tutti i consiglieri fu molto violento. Il Consiglio avvisa che Benevento non debba essere elevato a capoluogo di provincia e che ben possa rimanere capoluogo di un quarto circondano di Principato Ulteriore. La decisione del Consiglio Provinciale di Avellino, indubbiamente molto astiosa e piena di acredine, ignorando volutamente l'antico ducato del quale ella stessa era stata partecipe, relegava Benevento al ruolo di semplice capoluogo di un circondano di Principato Ulteriore. Negava tassativamente ogni scissione dal suo territorio. Oggi voci insistenti parlano di una probabile scissione di alcuni suoi territori desiderosi di essere uniti, per motivi pratici, a Benevento.

Alla violenta decisione del Consiglio Provinciale di Avellino, il giorno successivo faceva seguito quella più moderata del Consiglio della Provincia di Salerno. Anche questo elevò una sua protesta che, forse memore di un antico glorioso passato molto più vicino a noi rispetto a quello rievocato dai colleghi avellinesi, non assunse toni esasperati. Rivendicava pur tuttavia la restituzione dei mandamenti di Montoro e Calabritto che nella ripartizione perdeva per vederli aggregare alla Provincia di Avellino. Con pacata serenità faceva presente le ragioni che motivavano il suo dissenso, ragioni di carattere commerciale c culturale, ma non si abbandonava a giudizi crudi, pesanti e negativi. A questo coro di malcontenti delle province campane, alle quali in seguito aggiungeremo ed esamineremo anche quello di Terra di Lavoro che, in verità, fu la prima delle province ad aprire la serie delle discussioni dei Consigli Provinciali, si aggiunse anche la Capitanata che, inspiegabilmente, sempre in conseguenza del decreto Luogotenenziale, si vedeva costretta a contribuire alla costituzione della nuova provincia con dei territori considerevoli e senza contropartita alcuna. Dalla Capitanata furono staccati i territori comunali di S. Bartolomeo in Galdo, Castelfranco in Miscano, Accadia, Orsara per una popolazione di 43.052 abitanti. Nella seduta del 25 settembre 1861 il Consiglio di Capitanata approvava la relazione preparata dal Consigliere Paolella e deliberava di non accettare l'attuazione del decreto luogotenenziale e chiedeva che il territorio della Capitanata fosse mantenuto inalterato anche in considerazione che la stessa Capitanata, dalla parte dei territori interessati, era divisa dalla Campania da una serie di Valli e fiumi che ne disegnavano un confine quasi naturale. Inoltre sottolineava che territorialmente era la più distante da Benevento. Infatti giusta considerazione del Consiglio fu quella di evidenziare che molti dei comuni che si staccavano si trovavano ad essere così distanti dal nuovo capoluogo più che non dal vecchio, con tutti gli svantaggi che tanto comportava. Il Consiglio di Capitanata pertanto chiedeva, in prima, la restituzione dei territori tolti e che al limite in subordine avrebbe acconsentito a cedere solo il territorio di Castelfranco. Ci siamo riservati per ultimo il diniego del Consiglio di Terra di Lavoro. In verità questo fu il primo ad aprire il dibattito. Il Movimento antiseparatista di Terra di Lavoro aveva la sua punta di diamante nel deputato Beniamino Caso, che in un recente passato filo garibaldino era stato uno dei più vivaci sostenitori della nuova provincia di Benevento, si era trasformato nel suo più acceso nemico. E' pur vero che la provincia di Terra di Lavoro era quella che ci rimetteva di più. Essa andava a perdere complessivamente 10 comuni (Cerreto, Cusano, Guardia Sanframondi, Solopaca, Airola, S.Agata dei Goti, Boiano, Lauro, Venafro, Castellone) per un totale di circa 125.000 abitanti. La scissione veniva così ripartita: i primi sette venivano aggregati a Benevento, contribuendovi con un aumento di popolazione di 70.729 abitanti. Boiano e Lauro con complessivi 29.159 abitanti vennero uniti a Principato Ultra, mentre Venafro e Castellone, con 25.032 abitanti, al Molise. Ne risulta chiaro che fu la provincia più tartassata e fu anche quella che si oppose più energicamente, e con una vivace seduta del Consiglio Provinciale al quale, come abbiamo già visto si adeguarono le altre province interessate, tentava di opporsi al decreto ministeriale del 25giugno 1861, che aveva sancito il decreto luogotenenziale chiedendone senza alternativa l'annullamento. Il decreto del Principe di Corignano aveva prodotto il più grande dissesto di tanti svariati interessi, così si legge nella delibera, e ancora che Airola e S.Agata attraverso valli e monti, dovevano riconoscere per loro novella sede l'eccentrica Benevento; che dalla dittatura si era addotto solo l'intento di rendere omaggio alle storiche tradizioni di Benevento. E ancora che Benevento fu grande solo nei tempi delle barbarie, che negli ultimi secoli altro non era che capoluogo e provincia nel tempo stesso, che sembrava rimbalzata in queste province comè in un cerchio di ferro sotto la sferza dei Pontefici e concludeva che dovesse perdere il suo nuovo diritto, potendo appena meritare l'onore di essere un capoluogo di circondano.

I lunghi dibattiti svoltisi nelle aule dei diversi consigli provinciali trovano tenaci fautori oltre che nei vari consiglieri anche nei vari rappresentanti al parlamento nazionale e principalmente in quel Beniamino Caso (S.Gregorio Matese 1824-1883) rappresentante della circoscrizione di Terra di Lavoro, che da tenace sostenitore della creazione della provincia di Benevento si trasforma, come abbiamo visto, in uno dei più accesi nemici. Costui infatti, autore di una proposta di legge che tentava a rendere nullo il decreto luogotenenziale, vistosi respinta la stessa in Parlamento, aveva trasferito il dibattito nelle sedi dei consigli provinciali cercando adesioni alla sua idea. Indubbiamente la formazione di una nuova provincia doveva comunque portare al distacco di abbondanti porzioni di territorio e di popolazioni da quelle circonvicine e già questo non era piacevole, ma in più si condannava l'impulso "garibaldino" che aveva sostenuto tale nascita contravvenendo ogni norma amministrativa. E tanto è appunto quanto dichiarò l'onorevole Giuseppe Massari nella seduta parlamentare del 2 aprile 1861. Questi (Taranto 1821 - Roma 1884) era giornalista, amico di Cristina di Belgioioso e di Gioberti, di cui poi in seguito curò la pubblicazione delle opere, già deputato al parlamento napoletano nel 1848 e poi ancora nel 1860 in rappresentanza della circoscrizione di Bari. Al discorso pronunziato appunto il 2 aprile 1861 dal Ministro dell'Intemo Marco Minghetti, sullo stato della situazione interna del nuovo Stato, dove tra l'altro questi aveva espresso giudizi favorevoli circa la condizione territoriale di Benevento, replicava esprimendo gravi giudizi sull'amministrazione nelle province napoletane. In quella occasione nell'enumerare i gravi disordini verificatisi all'indomani dell'annessione, a proposito della provincia di Benevento li segnalava come un fatto che dimostrava la poca riverenza verso le leggi. Secondo il Massari infatti non si era tenuto presente l'iter amministrativo in vigore nel passato regime borbonico, dove per le circoscrizioni provinciali si interrogavano i Consigli provinciali e si attendeva poi il parere del Consiglio di Stato. Perché non si era creduto conformarsi a tale regola? Si era costituita, senza potersene discernere l'urgenza, una nuova provincia nell'antico reame e per costituirla si era stati costretti a sconquassare e disfare cinque altre province, cioè quelle di Avellino, Salerno, Foggia, Campobasso e Caserta, con gravi danni arrecati al distretto di Piedimonte, in seguito all'arbitraria, improvvisata circoscrizione. Pertanto chiedeva se mentre il Parlamento siede, si possa ammettere che un'autorità locale, temporanea e subordinata (quella luogotenenziale) abbia il diritto di mutare la circoscrizione territoriale dello Stato. L'interpellanza, presentata dal Massari, evidenziava, più tardi il Mellusi, pel deputato da cui partiva, per l'ora in cui veniva fatta, per la questione costituzionale che involgeva, parve ed era di non lieve importanza. La gravità dell'interpellanza parlamentare non era sfuggita neanche ai beneventani, ed in modo particolare a Giuseppe Manciotti, il futuro sindaco di Benevento. In un suo opuscoletto "La questione di Benevento al Parlamento" dato alla stampa il 24 aprile dello stesso anno disapproverà in questi termini: In un tempo grave come questo, in cui si agita nell'Europa la più interessante questione della nostra esistenza nazionale, in cui dalla fucina reazionaria del partito austro-clericale si studia a tutta passa onde seminare nel seno della penisola discordie e rancori, e suscitarvi una guerra civile, in cui il nostro governo ha più che mai bisogno dell'affezione dei popoli italiani, e del favore della pubblica opinione, è egli mai utile ed opportuno di perdersi in gare municipali, di dar campo allo sviluppo delle più vergognose passioni, sprecando un tempo tanto più prezioso, quanto avvenimenti di grande rilievo sorgono e sempre più si distinguono sull'orizzonte politico? Ed ancora: La caduta del potere temporale del papa, la concessione di Roma a capostipite d'Italia, e la cacciata dello straniero da Venezia, questioni tutte che al primo movimento possono avere il loro sviluppo, o complicarsi cogli affari d'oriente, ci darebbe forse la libertà, di indebolirci colle discordie fraterne, e dilaniarci tra noi con gare d'interessato e stupido municipalismo? Il violento intervento del Massari comunque suscitò in seno al Parlamento una lunga discussione alla quale presero parte i vari rappresentanti governativi e che ebbe fine dopo ben 43 giorni. La controversia fu aperta dalla proposta del deputato Beniamino Caso e sottoscritta da vari deputati delle altre provincie di Terra di Lavoro, di Principato ultra e di Molise. La proposta presentata all'indomani dell'intervento di Massari, il 3 aprile 1861, chiedeva, come abbiamo già detto, la sospensione del decreto luogotenenziale.

La proposta di legge per la sospensione del decreto luogotenenziale presentato dai deputati Cardente, Tari, Pallotta, Leopardi, Amicarelli e Moffa si articolava in un articolo unico. E così diceva: La legge pubblicata dalla Luogotenenza di Napoli nel dl 17 febbraio 1861 circa la formazione della nuova provincia di Benevento, rimane sospeso, sino a che non sia giudicato possibile e conveniente dal Parlamento allorché questa dovrà votare la novella circoscrizione territoriale relativa all'ordinamento amministrativo generale di Roma. La legge ricordiamo fu presentata il 3 aprile 1861 in Parlamento, subito dopo la violenta requisitoria dell'on. Massari. In quella stessa seduta il Ministro dell'Interno Minghetti, autore a sua volta di una proposta di legge sulla ripartizione territoriale e sull'autorità governativa, nella sua relazione sullo stato generale dopo vari argomenti si intratteneva a lungo a parlare della situazione beneventana, soffermandosi sull'importanza della città di Benevento e sulla sua storia. E pur esprimendo un suo personale consenziente giudizio sull'operato dell'Ufficio Luogotenenziale, pur rilevando che dalla nuova sistemazione territoriale le province circonvicine erano rimaste abbastanza grandi di territorio e di popolazione, auspicava che eventuali ritocchi o modifiche allo stesso potevano essere fatte in sede di discussione del suo progetto di legge. Gli auspici di Minghetti tuttavia dovevano essere subito vanificati. Nella seduta del 15 aprile successivo, presidente Urbano Rattazzi, fu posta in discussione la proposta di legge Caso. Palesi pressioni interessate facevano affrettare i tempi. Certamente non ultima la preoccupazione dello stesso Caso di risolvere ogni cosa prima che la legge luogotenenziale fosse divenuta esecutiva. Le argomentazioni prodotte da Beniamino Caso furono varie: in primis che il decreto dittatoriale sostituiva una legge del Parlamento, l'unica, a norma dell'art. 74 dello Statuto, chiamato a votare le nuove circoscrizioni territoriali delle province e dei comuni; e poi lo stesso decreto non rispecchiava affatto i caratteri di urgenza. Una legge del genere poteva essere giustificata solo nel caso ci fossero motivi di opportunità e di prontaunificazione; ed ancora che i comuni interessati non erano stati interpellati, e citava che l'unico comune che avesse approvato il nuovo assetto territoriale era quello di Cerreto solo perché spinto dalla speranza di divenire capo del circondario. Altri deputati, ognuno in rappresentanza della propria circoscrizione, si fecero portavoce dei danni subiti dalle province di Molise, Avellino, Capitana, Salerno. L'on. Amicarelli parlava per la provincia di Molise, l'on. Napoletano per il circondano di Baiano, il deputato Cardente, poi, con accenti feroci: si sono staccati pezzi di territorio; quasi a guisa di pani, come se la nobile città di Benevento fosse affamata, ricordava come, nel 1810, sotto la dominazione francese, in una analoga situazione si erano tenuti presenti i confini naturali: le catene montuose, le vallate, i fiumi, le affluenze commerciali: ora invece - si chiedeva - come mai poteva attuarsi la legge in questione senza una logica alcuna: una legge che andava a sconvolgere ogni ordine prestabilito. L'on. Conforti parlò in difesa dei diritti di Montoro staccato da Salerno e aggregato all'avellinese. Il deputato Grella, della provincia di Avellino, invece, spese qualche parola in difesa della novella provincia: se era necessità che fosse atta la nuova provincia, era pur necessario che le province contermini concedessero parte del loro territorio. L'onorevole Federico Torre, a sua volta, ben difendendo gli interessi di Benevento si destreggiava con vivace oratoria a ribattere le dette asserzioni prima contro Massari e Caso e poi contro gli altri. E trovò valido a suo fianco nel deputato Liborio Romano, estensore come è noto della relazione storica che accompagnava il decreto dittatoriale. La relazione di Romano fu tutta intesa a difendere il decreto luotenenzialee del resto del suo operato. Al Massari ribadiva che era caduto in palese errore in quanto alla data del 17 febbraio non era aperto né sedeva in parlamento. Inoltre ricordava che per l'istruzione della pratica per il decreto ci si era serviti di una relazione del Governatore e di un ufficiale superiore del Genio Civile e che una apposita commissione aveva interpellato i rappresentanti delle province limitrofe e i sindaci dei comuni interessati. Tutto quindi era in perfetta regola per il deputato Romano che pertanto proponeva di accantonare ogni discussione. Ne seguiva un dibattito acceso a seguito del quale fu deciso di nominare una commissione parlamentare che studiasse la proposta di legge pena sospensione del decreto luogotenenziale. La commissione veniva così composta dai deputati Urbano, Bruno, Torre, Mischi, Grella, Pica, Macchi, Conforti e Bongi. Una completa vittoria per Benevento se si pensa che nella commissione Torre era beneventano di nascita, amico personale di Pica e che Macchi era imparentato con la famiglia Capasso del Conte Fabio il cui figlio Vincenzo sposerà la figlia di Federico Torre.

A PROPOSITO DEL SANNIO

"Il silenzio dei Briganti"

di Antonio De Lucia da: "LA PROVINCIA SANNITA" - n° 3, anno1999

Per avere successo in una guerra moderna è necessario, oltre all'abilità dei comandanti, al valore dei soldati ed alla potenza distruttiva delle armi, poter contare sulla collaborazione delle telecamere e, più in generale, dei mass-media. Ci sono, infatti, guerre di serie A e guerre di serie B: alla prima categoria appartiene quella del Kosovo, alla seconda quella del Corno d'Africa. Anche quando, però, la struttura mass-mediologica era meno invadente ed onnipotente che oggi, era tuttavia egualmente decisivo il controllo del flusso delle informazioni e più in generale della produzione culturale. I briganti dell'Italia post-unitaria non avevano maturato per una serie di ragioni una tale consapevolezza ed i risultati furono subito abbastanza deludenti nei loro confronti. Per noi posteri riesce, infatti, difficile ricostruire quel tragico periodo storico. Gianni Vergineo, a tale proposito, ne "Il Sannio brigante nel dramma dell'Unità italiana" (con Mario De Agostini, Gennaro Ricolo Editore, Benevento 1991, pagg. 8-9), ha scritto: "E' ammirevole, spesso, la paziente cura con cui si frugano carte su carte, riportando lunghe file di nomi, anni di prigione, sentenze di ergastolo, sequele di fucilazioni. Ma c'è sempre qualcosa che non si dice. Spesso è qualcosa che non si può dire. Perché questo è un processo tragico, in cui esistono solo i documenti dell'accusa, di coloro che sanno leggere e scrivere, dei galantuomini che hanno archivi familiari, dei vincitori che cancellano le tracce dei vinti. Non esistono i documenti dei briganti. L'eccezione del vaccaro dei Fortunato è solo apparente. Le note autobiografiche di Crocco e di Caruso, gli ultimi briganti della Basilicata, sono raccolte e illustrate dal capitano Eugenio Massa, appartenente alla sponda della verità militare: memorie attinte in carcere, elaborate, manipolate, fatalmente adulterate. Il silenzio dei vinti resta totale: reso ancora più sacro e inviolabile dalla morte. E, col silenzio, restano, grevi, le tenebre dell'infamia sull'esercito dei disperati senza nome e senza patria, tolti pochi volti di capi, che almeno sopravvivono nella luce sinistra di una storia nemica e incomprensiva."

[…] L'attuale delimitazione amministrativa della provincia di Benevento (1), con i suoi 2.071 kmq. di superficie e 300 km di perimetro, nell'area di nord est della regione Campania, al confine dunque del Molise e della provincia di Foggia, ricostruisce in misura solo marginale l'antico Sannio, cioè il territorio conquistato dalla popolazione osco-sannita alcuni secoli prima di Cristo. Del resto, nel corso degli oltre suoi 130 anni di storia, al nuovo ente sono stati assegnati un numero variabile di comuni: attualmente sono 78, ma dal 1927 al 1945 ha contato su buona parte di Terra di Lavoro, rinunciando, tuttavia, ad una fetta del Molise. Questo primo dato ha una sua fondamentale importanza per la ricostruzione di una identità storica del territorio: sebbene, infatti, non tutto il Sannio sia stato rifondato, pure anche la burocrazia e la classe politica dello stato unitario riconobbero, ancorché mutilato, il fondamento di una radice tanto prestigiosa. La circoscrizione amministrativa "Sannio" fu voluta da Giuseppe Garibaldi o, meglio, da alcuni patrioti beneventani che, nel 1860, riuscirono a convincere il Generale sull'opportunità storico-politica del riconoscimento. L'Eroe dei due Mondi, probabilmente troppo preso dagli impegni della guerra di "liberazione", evidentemente non fece molto caso al modo con il quale bizzarramente vennero individuati su una cartina geografica i confini della nuova provincia: un compasso, puntato su Benevento. Tale strumento, pur non avendo, a quanto risulta, molta stima e rispetto delle identità spirituali e culturali e degli accidenti storici, pure venne ritenuto idoneo per ritagliare una fetta di territorio campano e rivalutare così l'antica dominazione sannita. La forza della tradizione e della storia doveva dunque essere tale da imporsi nonostante l'inusuale identificazione e i molti travagli e traversie che l'avevano quasi oscurata. Il blitz degli eroi risorgimentali locali, all'indomani della liberazione non cruenta della città, riuscì ad avere la meglio sulle resistenze di vicine e consolidate realtà amministrative: non poco dovette giocare il peso del passato, che incuteva ancora un certo rispetto. E non c'è dubbio, a questo riguardo, che occorre ora andare alla sorgente di questa incorrotta identità culturale e storica. Il primo evento politicamente significativo di cui si abbia notizia certa fu senz'altro, nel IV secolo a.C., l'arrivo dal centro Italia delle tribù sannitiche. Questo avvenimento, infatti, diede un'identità precisa del territorio, caricandolo di significati, simboli e valori che resteranno quasi inalterati nel corso dei secoli e consentirono ai rivoluzionari liberali sanniti del 1860 di rivendicare, senza essere considerati pazzi, la costruzione di una provincia che non c'era se non nei loro cuori. Nel corso di alcune primavere sacre, periodo propizio alle incursioni belliche nelle terre altrui, il popolo seminomade dei sanniti, dedito alla pastorizia, diviso in tribù, ma politicamente saldo nella Confederazione, occupò l'Appennino centro-meridionale. Al termine di molteplici ondate giunsero gli Irpini (che si fermarono nelle attuali Benevento, Avellino, Conza, Mirabella Eclano), i Pentri (Isernia, Boiano, Venafro), i Caudini (forse Montesarchio, Telese Terme, S. Agata dei Goti). Maloenton divenne il centro dei nuovi possedimenti sanniti, evidentemente perché più facilmente raggiungibile dagli esponenti della Confederazione: da qui discende la funzione storica della città, più tardi denominata Benevento, di essere cerniera dell'Appennino. Il secondo elemento politicamente rilevante nell'evoluzione storica dell'identità provinciale fu senz'altro il lungo periodo (dal 349 a.C. al 290 a.C.) delle guerre sannitiche in cui furono impegnate le legioni romane. Come fu possibile una resistenza così strenua e soprattutto l'umiliazione delle Forche Caudine nel 321 a.C. (2) ? Evidentemente quel popolo di pastori aveva sviluppato tecniche di combattimento di straordinaria efficacia. La perdita della libertà e la colonizzazione romana (dopo la rivolta contro Silla) modificarono anche il ruolo della città, che da centro politico autonomo, divenne quasi caposaldo di un lungo percorso che congiungeva Roma alle Puglie: da questo punto di vista i romani ne esaltarono la funzione. Ciò, ovviamente, ebbe ricadute positive. "La Via Appia, di cui si conservano nel Museo del Sannio alcuni miliari, la riempiva di ogni bene. Lastricata in tutto il suo percorso già in età graccana (Livio X, 29) aveva un tracciato di ampio respiro strategico, che Orazio (Sat. I, 5) ci consente di seguire almeno fino ad un certo punto. (...) L'importanza di queste infrastrutture stradali spiega l'eminenza della città (...)."(3). I romani, infatti, adornarono Benevento di monumenti splendidi (l'Arco di Traiano su tutti). L'altra svolta epocale vissuta dal territorio sannita fu il periodo longobardo che, distinto in Ducato prima e Principato poi, si protrasse per circa 500 anni (dal 570 al 1077): questo è uno dei periodi di più alta tensione politica, spirituale e culturale che il territorio abbia vissuto nel corso della sua storia. La cosiddetta "Longobardia minore", di cui ovviamente Benevento è capitale, giunse ad abbracciare l'intera Italia centro meridionale. Ma ciò che è più significativo è il formidabile peso diplomatico che la città giocò nell'agone delle superpotenze dell'epoca (Chiesa, Bisanzio, Longobardia maggiore). Benevento visse una straordinaria epopea: la sua identità storica si rafforzò quale centro di promozione del Canto Antico, progenitore di quello gregoriano, della Scrittura e della Zecca, segnali certi di vivacità spirituale ed economica. I Longobardi, convertitisi al cristianesimo (4), realizzarono attorno al culto dei Santi taumaturghi, Gennaro e Barbato, un polo di attrazione per i pellegrini diretti in Terrasanta attraverso la via consolare romana. Del resto, i Longobardi, che pure non erano grandi ingegneri, realizzarono una serie di opere murarie importanti: per tutte ricordiamo la Rocca dei Rettori che, chiudendo la cinta e dominando le vallate del Calore e del Sabato, dava la possibilità di tenere sotto costante controllo le strade per il Tirreno e l'Adriatico. L'avvenimento più dirompente e devastante per l'unità territoriale e la saldezza dell'identità dei sanniti fu però certamente l'annessione nel 1077 della sola città di Benevento al papato: la decadenza dei Longobardi, l'ascesa dei Normanni ed il sempre più forte potere della Chiesa stritolarono il Sannio e determinarono la secolare separazione del capoluogo dal resto della provincia. Quest'avvenimento ha contribuito non poco ad isolare la città dal contesto territoriale e a dare ai suoi abitanti la tendenza ad un certo isolamento ed ai cittadini della provincia di guardare con una certa diffidenza ai beneventani. (5) (7) D'altra parte, il fatto di essere una enclave non poteva di certo facilitare i rapporti di scambio con le aree circostanti: il resto lo fecero le politiche vetero-feudale imposte in provincia. Ogni possibilità di crescita economica e sociale venne a cadere. Una lunga serie di calamità (peste e terremoti su tutti) decimeranno più volte la popolazione; inoltre, soprattutto a partire dal XVIII secolo si registra la chiusura di alcune attività produttive quali le concerie di Guardia Sanframondi. Lo stato di disperazione della popolazione genera il fenomeno del brigantaggio che poi esploderà subito dopo l'Unità, caricando di connotazioni politiche (il ritorno dei Borbone) quella che era una battaglia disperata contro la fame. Il periodo migliore per Benevento sotto la Chiesa fu senz'altro quello tra la fine del XVII secolo e l'inizio del XVIII allorché la guida dell'episcopato fu assicurata da una figura eminente di politico e di amministratore: Vincenzo Maria Orsini d'Aragona, un domenicano che in tarda età divenne Papa con il nome di Benedetto XIII. Con la collaborazione dell'architetto Filippo Raguzzini egli intervenne su monumenti e chiese; inoltre, realizzò strumenti capaci di alleviare la povertà della gente e dare loro almeno una speranza per il futuro. Il germe Taicista portato a Benevento sul finire del XVIII secolo dai francesi, che elevarono Benevento a Principato, sottraendola così al Papa e facendola amministrare addirittura da un protestante, Louis de Beer, in nome e per conto del principe regnante Charles Maurice de Talleyrand Perigord (6), ebbe un duplice effetto. Da un lato, infatti, proiettò la città in una dimensione culturale ben diversa da quella che aveva vissuto per tanti secoli; dall'altro, purtroppo, depauperò di molti tesori la Cattedrale: probabilmente è inutile sottolineare che il secondo risultato viene ricordato molto più del primo. L'ultima e decisiva svolta per comprendere la realtà del Sannio odierno si ebbe con l'Unità d'Italia e la fine del potere del potere pontificio in città (7). Si aprì, con il 1860-1, un periodo storico determinante con una nutrita successione di pagine ed avvenimenti da leggere con molta attenzione e prudenza critica. Per capire quanto è successo da allora ad oggi è, infatti, necessario preliminarmente tenere a mente la lezione di uno storico illustre (e monarchico convinto), l'inglese Denis Mack Smith: i Savoia e gli uomini di governo piemontesi, abilissimi manipolatori della propria immagine, erano particolarmente impegnati per i propri fini di potere nella falsificazione, senza scrupolo alcuno, dei fatti e delle notizie, nonché dell'interpretazione degli stessi (8). Ciò premesso, l'Unità per il Sannio significò, innanzitutto, come abbiamo visto, la ricostruzione formale ed amministrativa di parte dell'antica identità territoriale perduta per tanti secoli. Va poi detto che negli ultimi anni del secolo si registrò soprattutto nella città capoluogo la rinascita di attività produttive. Anche sul fronte delle attività finanziarie e creditizie si ebbero importanti iniziative: su tutte la fondazione della prestigiosa Banca Sannitica. Infine, vennero realizzati i tronchi ferroviari (rimasti peraltro quasi immutati da allora) attraversanti il territorio provinciale. Il guaio era, però, la campagna. La politica savoiarda era finalizzata all'impedimento di qualunque tipo di frattura di classe rispetto all'antico mondo che l'ingenuo coraggio di Garibaldi assumeva aver spazzato via. Il rispetto del latifondo era la discriminante di ogni strategia politica: anche iniziative teoricamente dirompenti, quali l'espropriazione delle terre ecclesiastiche in nome dei nuovi principi liberali, non avevano altri obiettivi se non quelli del rafforzamento delle classi già egemoni a tutto discapito di quelle emarginate. La conseguenza fu lo stato di debolezza complessivo della società locale. L'analisi storica rigorosa evidenzia che il limite allo sviluppo del Sannio fu dato dalla politica conservatrice che impostò i rapporti sociali sulla strenua difesa della ricchezza di poche famiglie, del tutto disinteressate agli investimenti produttivi, e sulla povertà di molte, a loro volta impossibilitate ed incapaci di intervenire nella realtà con propri capitali di rischio. Gianni Vergineo, prestigiosa figura di storico sannita, così descrive questo passaggio: "I limiti morfologici e geologici non segnano i confini di un destino. E' la struttura della società che blocca la via della speranza, appena aperta dalla alienazione dei beni demaniali e dalle istituzioni pie (...). Il demanio pubblico e la manomorta, destinati inizialmente a sollevare le sorti dei contadini e a mettere in movimento il mercato delle terre, nella prospettiva di un'agricoltura più moderna e produttiva, sono ormai nelle mani degli oppressori tradizionali. (...) La tassa sul macinato è un'altra iniquità che lo stato liberatore compie a danno di queste zone depresse. I contadini più poveri sono costretti ad evitare i mulini e a macinare il grano in casa con mezzi rudimentali." (9) La rendita parassitaria delle campagne bloccò ogni serio discorso di accumulazione primitiva del capitale per favorire l'industrializzazione secondo la classica ricetta della Rivoluzione inglese. Lo Stato unitario agì in modo da deprimere ulteriormente il livello di vita nelle campagne meridionali, appoggiando senza riserve il potenziamento industriale del Nord: sebbene fosse netta la percezione in molti analisti delle storture che tale politica causava nella crescita del Paese, pure la funzione del Mezzogiorno era vista complessivamente come subordinata alla crescita del Nord ed anzi come trampolino di lancio per quest'ultimo. Il protezionismo industriale, dopo il 1878, segnò la fine delle speranze per il Mezzogiorno. Nel 1900 Francesco Saverio Nitti scrisse: "Gli effetti di questa politica doganale nell'economia interna non sono misurabili: ma non si può negare che il vantaggio enorme fu limitato, soprattutto in un primo periodo, ad alcune regioni e che, viceversa, tutto il resto del paese, funzionò alla stessa guisa che funzionano le colonie in generale, come un mercato di consumo, assicurando ultra profitti enormi. Al contrario i paesi meridionali ebbero un colpo mortale: videro limitato il campo della esportazione. e, nello stesso tempo, dovettero acquistare i prodotti industriali a prezzi molto elevati. Né le condizioni mutarono così improvvisamente da fare che le regioni settentrionali, la Lombardia soprattutto, avessero potuto acquistare i prodotti agrari del Sud. D'altra parte il regime dei trasporti agiva sui prodotti agricoli del Mezzogiorno come un vero sistema di protezione. Per via di terra costa spedire prodotti agricoli dalla Calabria o dalla Puglia nel Veneto o in Lombardia quanto e più che spedirli via di mare in America." (10) Dopo il 1887 il ribasso dei prezzi agricoli ed il forte protezionismo industriale "consolidava l'alleanza tra i grossi gruppi industriali e i grandi proprietari terrieri, da alcuni chiamata perfino societas sceleris, i quali si aiutavano a vicenda scambiandosi l'appoggio dei loro rappresentanti al parlamento per ottenere privilegi a spese del popolo e specialmente del sud. Questo portò il De Viti De Marco a dire che il protezionismo italiano è sorto con questo germe di corruzione politica, poiché il dazio sul grano è stato il prezzo pagato ad alcuni individui o a qualche provincia interessata nella granicoltura, cui tutta l'economia agricola del Mezzogiorno ha sacrificato i suoi maggiori e più generali interessi. Così, per assicurare all'industria del nord il monopolio del mercato italiano, si sacrificarono le esportazioni agricole aggravando le già difficili condizioni di vita nelle campagne, mentre i grossi produttori di cereali ottenevano con il dazio protettivo un compenso al rincaro dei prodotti industriali." (11) Il Sannio visse interamente sulla propria pelle quello schema politico che, imposto a tutto il Mezzogiorno dal nuovo regime, fu la fine di ogni speranza di riscatto sociale e politico delle plebi rurali, nonché dei sogni e delle illusioni risorgimentali. La classe dirigente "è costituita essenzialmente da proprietari terrieri, cui fanno da contorno intellettuali dalla fisionomia agraria: i primi decisi all'immobilismo a tutti i costi, i secondi spiritualmente sensibili alle miserie del popolo, ma gravitanti sullo stesso baricentro della proprietà terriera. E' qui il cliente del medico, dell'avvocato, del notaio, del farmacista, dell'insegnante, del prete, del professionista; non nel mondo della miseria dove vive il contadino, che muore e nasce senza medico, che non ha beni da difendere o rivendicare, atti da stipulare; e non possiede mezzi per comprarsi i farmaci, per pagarsi l'istruzione, per giovarsi di aiuti professionali. La borghesia intellettuale può anche dare a Mazzini e Garibaldi tutto il cuore; ma la ragione economica la costringe a piegarsi alla forza del blocco agrario. Alla resa dei conti, l'intellettuale, anche se abituato a piangere sulle miserie della povera gente, deve scegliere. E la scelta è scontata. Se vuole continuare a vivere non può seguire altra logica che quella del sistema che lo mantiene in vita. E' questa la libertà del nuovo stato di cose. Il trasformismo della classe politica beneventana nasce da questo sistema." (12) La miseria estrema delle campagne; la sete di giustizia sociale; la frustrazione per l'aggravamento della situazione nonostante il nuovo assetto statuale; la sostanziale ostilità nei confronti del mondo rurale della classe dirigente cittadina; la tassazione selvaggia ed anche la propaganda di alcuni circoli borbonici produssero inevitabilmente l'esplosione del brigantaggio da parte dei contadini. "Nella travagliata storia moderna del nostro paese non c'è un fenomeno politico e sociale che sia stato tanto avvolto dal silenzio e mistificato quanto il brigantaggio contadino nel Sud e la sua repressione dal 1860 al 1870. Trent'anni fa questo argomento - se si eccettua qualche raro studio di carattere locale - era stato ormai praticamente rimosso dalla storiografia accademica e cattedratica. Pesava su di esso anche l'aristocratico fastidio di Benedetto Croce per un tema considerato ignobile e comunque pericoloso per il culto della mitologia risorgimentale in chiave liberale moderata." (13) La mistificazione della storiografia risorgimentale e la sparizione di prove, documenti, atti da parte di organi dello Stato non spiegano però del tutto le ragioni dell'occultamento di una realtà che, se non altro per la potenza militare impiegata dall'esercito savoiardo per la repressione, avrebbe meritato ben altri approfondimenti da parte della stessa classe dirigente piemontese. In realtà è mancata quasi interamente da parte dei briganti quella che oggi definiremmo "controcultura" o "controinformazione" da opporre alle efficaci tecniche di disinformatia piemontese. Impossibile persino la stima delle vittime in questa guerra non documentata: comunque non è azzardato ritenere che in tutto il Sud furono non meno di diecimila i morti ed il doppio i feriti da una parte e dall'altra. Il Sannio visse almeno 5 anni di fuoco: un numero elevatissimo di comuni fu coinvolto in azioni di guerra (la stessa Benevento, San Lupo, Morcone, Cerreto Sannita, Circello, Castelvetere, San Bartolomeo in Galdo, Montefalcone Valfortore, Baselice, Montesarchio ...). La versione ufficiale è diventata la verità nella coscienza collettivava. I briganti erano fannulloni e violenti, incapaci di capire la legittimità del potere costituito e dunque equiparabili a bestie feroci che dovevano essere spazzate vie. Nessuna comprensione e nessuna indulgenza erano possibili nei loro confronti; meno che mai poteva essere avviata una qualche analisi per tentare di capire le ragioni del fenomeno. La repressione fu di tale violenza che Carlo Alianello, uno dei più appassionati studiosi dell'altra storia, scrittore di saggi quali "La conquista del sud" e di romanzi quali "L'eredità della priora", non esitò a paragonare le truppe piemontesi alle SS, in un accesso di furore polemico, peraltro non del tutto immotivato ed irrazionale. Il fatto è che il massacro di Bronte, l'unico sopravvissuto nei libri di scuola ai tanti eccidi dei liberatori (forse perché operato dai garibaldini e non dall'esercito regolare ...) venne replicato dai savoiardi in quasi tutte le contrade del Sud con un sadismo che ancora di questi tempi, che pure sono di "pulizie etniche", fa rabbrividire. I piemontesi, oltre che per razzismo becero nei confronti dei cafoni "africani", (così li defluirono) si distinsero per una brutalità stupida e controproducente. I massacri indiscriminati dell'agosto del 1861 perpetrati ai danni della popolazione civile di Pontelandolfo e Casalduni, rappresentano una delle pagine più vergognose della storia unitaria: un autentico tuffo nell'orrore. Caddero vecchi, bambini, donne; furono passati per le armi borghesi e contadini; savoiardi e borbonici, finalmente riuniti in un massimo comune denominatore: la morte per mano dei "liberatori". "Storicamente parlando, il brigantaggio, ossia la manifestazione armata di una grande protesta contadina, ci appare oggi come un sintomo precorritore dei grandi scontri politici e sociali che travaglieranno l'esistenza dello stato unitario e di tutta la società italiana. Il brigantaggio e la sua repressione ci appaiono perciò come un nodo originario dei tre grandi problemi che rimarranno sostanzialmente irrisolti nella storia dell'Italia moderna: la questione meridionale, la questione contadina, la questione vaticana. Il brigantaggio post-unitario - scrisse una volta Giustino Fortunato - fu l'ultimo atto del dramma della questione demaniale. In realtà esso ci appare sempre più chiaramente come il primo atto dell'intera questione meridionale." (14) In una situazione sociale ed economica come quella molto sommariamente descritta, l'unica via d'uscita è la fuga all'estero. Il fenomeno dell'emigrazione nasce con lo Stato unitario ed anzi si può dire che fu da esso fomentato ed incoraggiato dalle nuove autorità che pensarono di risolvere in questo modo alcuni gravi problemi che li angustiavano. L'espulsione dal Paese di centinaia di migliaia di potenziali "teste calde", infatti, poteva: 1) risolvere molte questioni di ordine pubblico; 2) costituire una merce di scambio con altri Stati (il carbone belga fu acquistato con tanto di trattato diplomatico grazie alle monete ... umane); e, 3) infine, garantire lucrose rimesse (esse per un certo periodo portarono in attivo la bilancia dei pagamenti del Paese, al punto che Giustino Fortunato affermò che l'Italia aveva trovato la sua migliore colonia proprio con gli emigranti). Il primo responsabile dello sradicamento di tanti meridionali fu il latifondo: come nota Costantino Ianni, l'estrema miseria dei contadini era causata dall'impossibilità di coltivare la terra per soddisfare i bisogni alimentari propri. Non avendo dunque di che mangiare (e non per problemi di esuberanza demografica, come pure si è detto), i contadini dovettero lasciare il Paese (15). Nel Sannio il fenomeno ha anche connotati particolari. "Vanno via i poveri: questo è indubitabile. Ma non è altrettanto indubitabile che l'emigrante sia sempre il più povero. Generalmente è quello che ha un pezzetto di terra, o una casetta, da vendere; o un parente, cui chiedere un prestito, e un amico, un familiare già emigrato, qualcuno disposto a fargli l'atto di richiamo e a dargli una sistemazione provvisoria, finché non sia in grado di avere un'autonomia di base. Chi non ha altro che gli occhi per piangere, non può neppure emigrare. Questo spiega, forse, perché Baselice e Ginestra degli Schiavoni, che pure sono tra i paesi più depressi della zona, abbiano subito la perdita percentuale più bassa (15,1 e 16,7): circostanza, questa, che colpisce, soprattutto se la si confronta con il dato, abbastanza alto, di San Marco dei Cavoti (27,6), che pure è il paese che ha le condizioni di vita migliori di tutta la Valfortore (...).Vanno via i giovani, i forti, i validi; restano i vecchi, i deboli, i disperati. Restano le donne: le mogli, le madri, le sorelle. Si mette in moto un meccanismo infernale di disintegrazione. (...) E quelli che se ne vanno, si lasciano dietro le spalle il deserto: naturale e sociale, giacché l'abbandono dei paesi e dei campi accelera il processo di degradazione ecologica e geologica. Le donne restano sole con i problemi familiari moltiplicati, i vecchi intristiscono senza i figli sulla terra e nella casa, i bambini crescono vittime di frustrazioni irreversibili senza i modelli educativi paterni." (16) Il riscontro più immediato di tale situazione lo si ritrova nel raffronto tra il totale della popolazione del 1951 (anno in cui cominciò la seconda, fortissima ondata migratoria, dopo quella dell'inizio del secolo) con quello del 1997: 40 anni fa il Sannio contava 331.850 abitanti; ne ha persi, dunque, circa 40.000. In questo lasso di tempo alcuni centri hanno rinunciato anche ad un terzo della popolazione. La storia degli ultimi anni per il Sannio, avviatasi con il processo di dispersione della propria identità e quindi dell'orgoglio di essere popolo, è caratterizzata da una politica che ha compresso la voglia di identità, fermando il suo tipo di intervento ai soli problemi privati attraverso il clientelismo, e sostanzialmente negando interessamento ed accesso a quelli collettivi. La conclusione del drammatico e travagliato processo storico della provincia di Benevento dal 1860 ad oggi è, dunque, questa: il cammino per la riconquista delle posizioni prestigiose che il Sannio ha occupato in passato è lungo, difficile e pieno di insidie. […]

NOTE

(1) Il decreto istitutivo fu firmato il 25.10.1860 dal pro-dittatore Giorgio Pallavicino, ma i confini della nuova provincia sono stati più volte modificati.

(2) Il fatto si consumò probabilmente nella attuale Forchia, in una gola molto stretta dove oggi si insinua la statale Appia realizzata sul tracciato della omonima consolare romana. I soldati dell'Urbe furono costretti a passare sotto il giogo e, secondo alcuni, vennero sodomizzati dai vincitori.

(3) Gianni Vergineo "Benevento romana in "Almanacco del Sannio 1997"

(4) Dovuta alla originaria fede pagana dei Longobardi è quasi certamente la nascita della leggenda delle Streghe che ancora oggi è intrecciata indissolubilmente al nome della città, tanto da accompagnarla per ogni dove. I riti religiosi del popolo della Pannonia dovettero risultare tanto incomprensibili ai sanniti cristiani da indurli evidentemente a spiegazioni un tantino fantasiose sugli strani spettacoli attorno al Noce cui assistevano con una malcelata paura.

(5) La battaglia di Benevento, cantata da Dante e combattutasi il 26 febbraio 1266 tra Carlo d'Angiò e Manfredi di Svevia, cioè tra Guelfi e Ghibellini, segnò anche la fine di qualunque disegno ricostruttivo di una nuova potenza imperiale che avrebbe tra l'altro tolto Benevento dalla dominazione papale.

(6) Si veda di A. M. P. Ingoiri "Benevento sotto la dominazione di Talleyrand ed il governo di Louis De Beer. 1806 - 1815", Gennaro Ricolo Editore, Benevento 1984.

(7) Già prima del 1861 anche l'aristocrazia locale si era stancata della situazione politica dell'enclave, ricreatasi tale e quale dopo Waterloo: lo dimostra la sfortunata lotta di Salvatore Sabariani, morto in carcere nel 1854 a Roma, per aver propugnato nel 1848 la riunificazione di Benevento al Regno di Napoli. Giuseppina Luongo Bartolini ha dedicato a questa figura di neo-guelfo una splendida riduzione teatrale (Vedi: "Salvatore Sabariani", Edizioni il Chiostro, Benevento 1998).

(8) A tale riguardo basti leggere il suo recente volumetto "La storia manipolata", Editori Laterza, Bari 1998.

(9) In 'Storia di Benevento e dintorni", Gennaro Ricolo Editore, Benevento 1987, vol. III, pagg. 134 - 135.

(10) Vedi "Il Mezzogiorno in una democrazia industriale. Antologia degli scritti meridionalistici", a cura di Francesco Barbagalio, Editori Laterza, Roma-Bari 1987, pagg. 54-55.

(11) Costantino Ianni, "Il sangue degli emigranti" Galzerano Editore, Salerno 1996, pagg. 113 - 114.

(12) Giovanni Vergineo, op. cit., voi. III, pagg. 141 e segg.

(13) Franco Molfese, "Un esame globale del Brigantaggio Meridionale postunitario", in "Brigantaggio Meridionale e Circondario Cerretese: 1799 - 1888", Atti del Convegno di Cerreto Sannita 3 - 12 gennaio 1986, Edizione dell'Associazione Socio-culturale Cerretese, Piedimonte Matese 1988, pag. 85.

(14) Franco Molfese, op. cit., pag. 108.

(15) Vedi "Il sangue degli emigranti", op. cit., in particolare le pagg. 71 - 87.LOGOridotto

(16) Gianni Vergineo, "Storia di Benevento e dintorni", Gennaro Ricolo Editore, 1989, vol. IV, pagg. 96-97.

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